domenica 27 febbraio 2011

Vampiri! Sesso! Gnokki! L’horror taggato MTV

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(ovvero: come True Blood ha segnato per sempre la mia visione di serie TV horror americane semi-trashone)
 
C’era una volta, in una domenica buia e tempestosa, una tenera fanciulla che aveva sentito parlare positivamente di True Blood. Una volta vista la pubblicità sulla cara vecchia MTV, ignara della gravità del suo gesto, decise di guardarne il primo episodio.
55 minuti di trash, dialoghi insensati, gnokki e sangue dopo, generò la seguente descrizione del primo, epico, orribile episodio di True Blood, riassumibile con:
Inizio dell’episodio. Sesso, parolacce, violenza, sesso, arriva il vampiro gnokko (solo a me la sua pancia ricorda Homer Simpson?!), parolacce, sesso estremo, sesso con vampiri, sesso implicito, vampiro gnokko schifato, parolacce, sesso (ripreso da una telecamera). Scena in cui c’è un vampiro (si si, è di nuovo lui, il v.g.) agonizzante a cui stanno cavando il sangue (perché se sei un vampiro di 173 anni e arrivano due umani drogati che ti vogliono uccidere per il tuo sangue tu cosa fai? Aspetti di venire dissanguato ovviamente!), lotta all'ultimo sangue fra i drogati e la protagonista (che assomiglia a una fotomodella, bionda, magra, perfetta e succintamente vestita per tre quarti dell’episodio) per salvare il vampiro gnokko celebroleso. La protagonista tenta di offendere la drogata ("finalmente ho avuto la prova che sei solo un avida approfittatrice! cattiva! adesso piangio!"), i drogati se ne vanno, arriva un cagnetto (a questo punto gli sceneggiatori devono aver pensato:"tutta questa trama filosofica e profonda e difficile da comprendere! E poi ha tutto questo senso! Meglio mettere una cosa che non c’entra niente: Babbo Natale o un cagnetto insignificante?") e a quel punto, (e qui siamo ad alti livelli creativi eh!) viene fuori che la protagonista può sentire i pensieri altrui ma quelli dello gnokko proprio no e se ne innamora all'istante, e non so perchè ma la cosa non mi giunge nuova! E in quest'attimo di meraviglia lo gnokko esclama: "ma non hai paura a stare così vicino a un vampiro affamato? lo sai che le tue arterie sono davvero molto invitanti?"(anzi no, dice: mnopradstrevcnam? lscheltueartriesonmoltinvtnti? Perché il doppiatore del vampiro gnokko non sa parlare in un italiano comprensibile) al che arriva la severa risposta della tipa:"vampiro cattivo!" e partono a parlare della vita sessuale della tipa (riassumibile con: niente, no, mai) e infine, la domanda cruciale: chi sei tu? (rivolta alla ragazza). Risposta:"S-s-s-s-s-s-s-sono Sooki (si, si legge suck-i) steakqualcosa e faccio la cameriera". Un applauso agli sceneggiatori per i dialoghi avvincenti. Il vampiro gnokko celebroleso si chiama invece BBBill (da leggere con voce cavernosa da si-sono-affascinante-anche-se-il-mio-QI-è-più-basso-di-quello-del-cagnetto), lei gli ride in faccia per il nome (l'ho fatto anch'io!)- no, perchè lei credeva si chiamasse Asdrubale o Nostradamus o Assunodbcwejxg, ma insomma Bill proprio no, è come se si chiamasse SuperMario o qualcosa del genere, lei proprio non ci può credere, "vampiro Bill! Ma dai!"-sguardo assassino del vampiro gnokko, figura di merda di Sooki, si salutano e lei se ne va.
Nel frattempo la migliore amica di Sooki, Tara (con qualche grosso problema di controllo della rabbia), la sta sputtanando in maniera vergognosa con il capo di Sooki (a cui piace Sooki, quindi 15 ore di manfrine perché a Sooki invece non interessa niente il capo che, per la cronaca, si chiama Sam, per avere un posto lì). Sam ci sta, arriva il fratello drogato di Sooki, la migliore amica di Sooki (d'ora in poi m.a.S.) ci prova con il fratello di S., lui non ci sta, figura di merda della m.a.S. Sooki va a casa e dice alla nonna:"Indovina chi ho incontrato stasera! Un vampiro!" e la nonna "È gnokko?". Vanno a dormire e indovinate chi arriva nel bel mezzo delle notte! Sì, proprio lui, il vampiro gnokko cerebroleso!(Paraparampapam! Rullo di tamburi!) che sveglia Sooki, la cretina va giù in giardino alle 4 di notte, SPOGLIARELLO del vampiro, seghe mentali della tipa: “Non avrei mai pensato di fare sesso con te"- e lui: "E chi ti ha mai parlato di sesso?"(Del genere: ma ti droghi?!), slinguazzamento del vampiro intorno alle sue labbra (e io: ”Dai che adesso se la mangia e si comporta finalmente come un vero vampiro!”) e lei si sveglia: era tutto un sogno.
Il giorno dopo: colpo di scena! Un omicidio inaspettato, una donna strangolata e Sooki ANDAVA A SCUOLA CON STA TIPA!!! Quindi disperazione assoluta di S. (fra l'altro suo fratello è di una deficienza assoluta, una roba mai vista, Bella Swan in confronto è Einstein: pare che abbia ucciso lui questa ragazza e tiene un interrogatorio assurdo, prima "no non la conosco" poi "si abbiamo fatto sesso selvaggio!"). Arrestano il fratello di S. per omicidio e idiozia assoluta. Nel frattempo la nonna di S. continua a pensare al vampiro gnokko (ma è gnokko? ma quanti anni ha? respira? può dirmi quanto idiota sono?) e S. si interroga sugli oscuri motivi per cui hanno arrestato suo fratello. Come se ne mancassero. Ma ecco tornare il vampiro gnokko!! La serie ha di nuovo un senso! Si prendono per mano! Ecco, frase di S.: "La tua mano è fredda! Cosa ti posso portare da bere?" e lui: "Ma chi sei tu?" e lei: "Sono la cameriera" e lui: "Sooki... non è un nome molto comune" (mi auguro per i bambini americani). Fall in love, fissano un appuntamento. D'ora in avanti tutta nel segno del LOVVO! Oh si! Dialogo sdolcinato! La comunità la odia perché adesso lei lovva un vampiro! (sguardo truce di chiunque incontri, tranne sua nonna che sta ancora in palla per il vampiro gnokko) Dramma! Lei piange! Dramma! Fiume di lacrime! Sempre più dramma! Ma basta, lei è una persona adulta! Lei SA che il vampiro gnokko in realtà la lovva, a dispetto di tutti quei cattivoni che dicono che i vampiri mangiano le persone! Arrivano i drogati dell’inizio, la picchiano a sangue. Fine dell'episodio.
Ora, la fanciulla ex-innocente vorrebbe sapere: dove cavolo è Buffy quando c'è bisogno di lei?

venerdì 25 febbraio 2011

Un pezzetto di storia: Il movimento Riot Grrrl

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Quando sono entrata a far parte del mio primo vero gruppo ascoltavo solo band (fantastiche eh, per carità) con cantanti uomini e questo ha creato in me una sorta di disagio psicologico perchè mi sono resa conto che diamine, sono una ragazza e non mi sono mai interessata nel trovare qualche cantante donna che spaccasse e i cosiddetti culi o meglio ancora, una band tutta al femminile.
Fu così, che nerdando parecchio al pc ho scoperto il Riot Grrrl.
Purtroppo i primi passi musicali fatti con mio fratello non erano stati sufficienti a creare in me una cultura musicale abbastanza ampia quindi diciamo che me la sono creata da sola e ancora oggi mi chiedo cosa possa mancarmi da imparare. Beh, eravamo giunti alla grandissima scoperta... Ero credo, in seconda superiore e quando ho scoperto questo genere (che in realtà viene definito sottogenere e questa cosa non mi piace) si è aperto davanti a me un orizzonte infinito, fatto di ragazze cattivissime e più arrabbiate che mai che urlavano senza nessun pudore al microfono e sapevano domare degli strumenti senza badare a niente e a nessuno. Il Riot Grrrl è una sorta di movimento di "solidarietà" che si creava tra le donne che subivano violenze non solo fisiche, ma anche psicologiche in quanto non si sentivano parte della società. Questo condividere i propri disagi non era altro che un vero punto di forza per loro stesse e per le altre ragazze che le ascoltavano.
Le donne che seguivano questo movimento vestivano in modo assolutamente anticonformista, una sorta di misto tra ragazza pudica di buona famiglia che nasconde sotto la gonna anfibi e esibisce sul viso un trucco parecchio pesante. Parlavano continuamente degli stupri e delle violenze che avevano subito, quasi in modo morboso, una sorta di tecnica che le rendeva più forti. Da qui appunto si fondarono delle vere e proprie girlzine dove ogni ragazza era libera di scrivere e raccontare ciò che reputava più opportuno.
Il loro pensiero quindi si trasferisce soprattutto nella musica che diventa una sorta di manifesto, volto a sconvolgere, o meglio, scandalizzare il pubblico e a rinforzare le sostenitrici.
Il suono in genere è punk ma possiamo trovare dei gruppi con influenze grunge (vedi Hole) e metal (L7).
Queste ragazze erano abbastanza delle pippette a suonare ma riuscivano a trasmettere tutta la loro rabbia tramite i suoni graffianti e le voci alcune volte da bimbette ingenue, altre da donne vissute e rudi, insomma, delle abilità tecniche non gliene poteva fregar di meno anche perchè riuscivano a far cogliere chiaramente il messaggio.
Non si può che dire che questi gruppi abbiano ottenuto la fama commerciale perchè la disprezzavano e rifiutavano l'appoggio delle grandi case discografiche, ma la vera considerazione, la vera fama l'hannno sicuramente ottenuta dalle tantissime ragazze che le seguivano.
Insomma, se vi ho un pochino incuriosito andatevi ad ascoltare una bella "Shitlist" delle L7, oppure una bella "Sweet' 69" delle Babes in Toyland oppure una non meno imprtante "Rebel Girl" delle Bikini Kill, questi sono sicuramente i miei pezzi preferiti, quelli che rispecchiano al meglio questa corrente musicale molto cruda accusatoria, perchè diciamocelo, ci sta alla grande!





mercoledì 23 febbraio 2011

Altarini berici #1: Joy Records

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I giri in centro del sabato pomeriggio, ai tempi delle superiori, erano veri e propri pellegrinaggi, con precisi rituali e soste obbligatorie lungo il percorso.
Uno degli altarini prediletti era Joy Records, storico negozio di dischi di Vicenza (contrà del Quartiere 7), che oggi contrasta la crisi dell'industria musicale offrendo, oltre a cd e dischi in vinile, pregevoli capi d'abbigliamento d'importazione e accessori vari. Il proprietario, che di nome fa Stefano Urru, è quanto di più simile ad un'enciclopedia umana voi possiate reperire nella berica urbe. Grazie a lui, nel corso degli anni, ho scoperto un sacco di bei dischi e alcune delle mie band preferite (in primis The Sound, Antony and the Johnsons e i Low). Gli sono inoltre eternamente grata per avermi venduto la mia prima toppa dei Nirvana, quand'ero solo una sfigatella delle scuole medie.

Quella che segue è un'intervista a Stefano, pensata senza alcun motivo particolare in mente, se non quello di celebrare uno degli spazi simbolo della "Vicenza alternativa", se così la vogliamo chiamare.



- Come prima cosa, parliamo dei tempi in cui l'industria musicale era moderatamente comprensibile. Chi era lo Stefano che decise di aprire un negozio di dischi e di chiamarlo Joy Records? Perché proprio nelle desolate lande vicentine?

Era un giovane di belle speranze che intendeva dar sfogo alla propria passione insana per la musica. E in parte ci è riuscito. In questi anni non solo ho intessuto molti rapporti con persone delle più varie provenienze socio/culturali e sono riuscito a “promuovere”, nel mio piccolo, musica poco conosciuta, ma ho imparato – e imparo tutt'ora - moltissimo io stesso dagli scambi con le persone. Questo è l'aspetto positivo del lavoro.
L'aspetto negativo è quello commerciale, per il quale non mi sento particolarmente portato. Il nome deriva dai Joy Division, gruppo fondamentale del post-punk inglese, a cui sono molto legato. Il negozio è stato aperto a Vicenza per una coincidenza prettamente personale; dalla zona natia di Belluno, fui in seguito a Padova e quindi a Vicenza, patria della mia consorte. Ero un giovane di belle speranze; ora mi è rimasto solo il di.

- Ma è proprio vero che all'epoca le lande vicentine erano desolate? (Te lo chiedo perché ti considero un osservatore privilegiato, la cui idea di desolazione musical-culturale ben si accorda a quella dei lettori di SR).

Non erano isolate e in parte non sono isolate nemmeno ora. Moltissimi appassionati di musica e moltissimi gruppi sono presenti in zona. Già dai primi anni '80 il Vicentino era una zona in cui i fermenti musicali erano ben vivi, direi quasi alla pari di Milano, Firenze, Bologna e Pordenone. Basti pensare ai locali quali lo Shindy a Bassano, il Vinile a Rosà, al Kiwi a Mussolente e alle feste al Miralago a Fimon. Anche gruppi quali Plasticost, Frigidaire Tango, in seguito i Da's Hirth, gli Umano Troppo Umano , i Derozer, i Dufresne, gli Argetti, per citarne solo alcuni, hanno dato e danno lustro alla zona.

- Personalmente sono stata affascinata dal tuo negozio fin dalla più tenera età, anche quando avevo paura di entrare perché il mobilio era interamente nero e mia nonna mi aveva insegnato che era bene diffidare delle persone abbigliate in modo non convenzionale. Hai mai avuto l'impressione che la soglia di Joy Records rappresentasse una sorta un confine sul quale i nuovi imberbi clienti lasciavano le spoglie del "ragazzetto per bene in mocassini" per indossare quelle di "ragazzo in procinto di aderire ad una qualche subcultura"?

Beh, l'aspetto di negozio “sotterraneo” di Joy Records coincide con la mia visione del mondo. In quasi 16 anni di attività, schiere di giovani sono passati dall'infanzia “in mocassini” alla maturità in anfibi o scarpe da ginnastica (o da skate). Naturalmente, non è che l'anfibio o la scarpa da skate di per sé stessi coincidano con la musica alternativa; ci sono moltissime persone dall'aspetto tradizionale che però hanno gusti musicali non di massa, come ci sono moltissimi ragazzi dall'aspetto alternativo che però sono tradizionali o addirittura conformisti negli ascolti e nel modo di essere. Per citare gli Afterhours, “alternativo è tuo papà”.

- Come hai reagito alla crisi dell'industria musicale? Pensi che ci sia un futuro per i negozi di dischi italiani?

Naturalmente, con l'avvento dei masterizzatori prima e dell'mp3 illegale gratuito poi, l'industria musicale ha subito dei colpi micidiali. Molte etichette discografiche negli ultimi anni sono fallite; molte, anche le major, hanno dovuto ridimensionare (ossia licenziare) molto personale. Tanti negozi di dischi hanno chiuso. Inoltre, la crisi economica ha inciso poi pesantemente su tutti i consumi, in primis quelli voluttuari. Il futuro per i negozi di dischi è quindi incerto e imprevedibile, ma suppongo poco roseo.

- La situazione più assurda che ti sia mai capitato di vivere tra le mura di Joy Records?

In quanto negozio di materiale che ha a che fare anche con il collezionismo, la passione che talvolta collima con la monomania, il contatto con le persone le più diverse fa sì che mi sia trovato a contatto anche con casi umani (entro i quali mi pongo io stesso). Consiglio la lettura del bel libro “Alta Fedeltà” di Nick Hornby e la conseguente visione dell'omonimo film, per capire cosa intendo.


- Torno a rivolgermi a te in quanto osservatore privilegiato; secondo te chi sono i giovinetti con lo skate che passano i pomeriggi davanti alla chiesa di S. Lorenzo? Skaitare non era illegale praticamente ovunque?

Il fenomeno dello skateboard è arrivato il Italia (presente negli USA già negli anni 60) a metà degli anni 70, ma ha avuto un'evoluzione massiccia dagli anni 90 in poi, fino a diventare quasi una pratica di massa per moltissimi ragazzini in tutto il mondo e uno sport molto molto praticato, divertente e interessantissimo. Dallo skateboard e dal surf è nato anche lo snowboard, che fra i giovani ha quasi sostituito l'uso degli sci. E' solo una moda di passaggio per alcuni, ma anche una filosofia di vita per altri, che coincide con la libertà e con la sfida. Lo stazionare in Piazza con lo skate ha sostituito il gioco del pallone sul sagrato delle Chiese. Può avere aspetti positivi, come momento di socializzazione, ma anche negativi, se si limita ad essere un bighellonare senza scopo. Tutto dipende dalle caratteristiche personali.


- Infine, ti chiedo di consigliare qualche bel disco ignoto alle masse ai lettori e alle lettrici di SR.

Ormai di ignoto credo rimanga ben poco visto che, grazie ad Internet, è possibile accostarsi a qualsiasi gruppo e genere musicale in pochi secondi e con poco sforzo. Un tempo, il crearsi una cultura musicale costava fatica e tempi lunghissimi; era quasi fatto di passaparola e derivava da letture di riviste e libri spesso poco reperibili. Ora è tutto più semplice e quindi spesso anche più superficiale.
Per gli anni 60, i misconosciuti olandesi The Outsiders con ”Complete singles '65-'69”. Per i '70, “Timewind” di Klaus Schulze. Nel post-punk degli 80s direi “Beat Rhythm News Waddle Ya Play (ora contentuto in “Fanfare in the garden”) degli Essential Logic, la cui sassofonista/cantante militò nella prima formazione del gruppo punk inglese X- Ray Spex. Il jazz avaguardista dei Lounge Lizards (di John Lurie e Arto Lindsay). I rumoristi Test Dept con “the unacceptable face of freedom”. I psichedelici Loop con “Fade out”, di derivazione kraut-rock. Per gli anni '90, gli alfieri del noise-blues Unsane con “scattered smothered and covered”. Amon Tobin in “Bricolage”, con la sua drum'n'bass jazzata/funk. Gli elettronici Venetian Snares per gli anni 2000 con “Rossz Csillag Alatt Született". Notevole, la collaborazione di Blixa Bargeld (ex Einsturzende Nubauten) con Alva Noto, nel CD ANBB "Mimikry". Se vuoi, continuo per ore. Vedi, i casi umani...

Trasformarsi con Trasformat (aka fatti non foste per viver come brut(t)i)

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"A che ora vengo quindi?"
"Boh passa adesso che beviamo 'na birretta."
"Va bon. Va che non posso tornar storna che domani ho la sveglia alle cinque."
"Tranqui. Muoviti invece che son già quasi le otto."

Ho potuto notare che le peggiori cose le scopro sempre in tempi non sospetti.
Questa sera, anche se ne sono ancora del tutto ignara, sto per percorrere l'ennesimo gradino verso il basso raggiunto dalla televisione del Bel Paese.

"No dai Max, la rossa da mezzo non ce la posso fare. Ho mangiato solo minestra. Sono povera di calorie e piena d'acqua"
"Es non rompere il cazzo e bevi. Tanto lo sai anche tu che la finisci."

E apriamo 'sta birra.
Come ogni italiano medio che si rispetti, ci sistemiamo in cucina dove accendiamo la luce, la TV, prendiamo posto a sedere e ci scambiamo le ultime novità.
Con grande sollievo scopro che non sono la sola a non avere storie pruriginose da raccontare e che le sessioni d'esame piallano sistematicamente la vita a tutti.
Superata la fase di aggiornamento privato -causa esaurimento rapido dei discorsi- e quella di pubblica attualità -causa esaurimento rapido dei cerebri- l'attenzione si abbassa e, tra una battuta e l'altra, stronzeggiare davanti alla tivvù diventa passo obbligato.
Siamo inghiottiti dalle tette della Cipriani.
Mentre si dimena scomposta al fianco di una creaturina malefica che riproduce l'alterego di Papi, noto con amarezza che la lunghezza delle gambe, legata in modo proporzionalmente diretto alla circonferenza seno, è in rapporto drammaticamente inverso al fattore QI.
Papi, impietoso, non lascia il tempo di somatizzare la tristezza che mi ha pervaso e introduce l'ultima manche.
Non va bene, vi resta da vedere troppo poco. Metto in pausa e vi do qualche imbeccata.
Stiamo parlando di 'Trasformat' l'ennesimo programma spazzatura partorito dal genio di Enrico Papi.
Degno erede del precedente "La Pupa e il Secchione", va in onda indisturbato su Italia Uno dal 9 novembre 2010 nella fascia oraria dell'access prime time. Per intenderci quella con il maggior numero, e più eterogeneo, di telespettatori.
Il programma, diviso in tre giocate, verte fondamentalmente sul riconoscimento di celebrities più o meno nostrane modificate con Photoshop da chi (gli autori) con forte probabilità non sa usarlo.
Non sai riconoscerli? Inaccettabile, PERDI UNA VITA.
Ad ogni buon conto, se si volesse fare una stima dei personaggi più prontamente riconosciuti, i primi posti sono senza dubbio occupati da soubrette e calciatori mentre agli ultimi, avvolti da un velo di mistero, troviamo politici e giornalisti.
Dai suoi esordi il programma ha già subito una variazione nel suo entourage. A Katia Follesa (da Zelig), che rivestiva la figura della bruttarella simpaticona, e a Raffaella Fico (da...mboh Grande Fratello?), che rivestiva la contrapposta figura della figona muta, si è sostituita Francesca Cipriani (udite udite!direttamente da "La Pupa e il Secchione"!) la più becera fusione di due figure già di per sè inutili.
Senza dare ulteriori pareri di merito, è d'uopo soffermarsi per un istante sui concorrenti : se pensavate di trovare con loro un po' di requie al vostro senso di inadeguatezza estetico vi sbagliavate, sarete anche stavolta frust(r)ati.
CERCASI SOLO BELLA PRESENZA.
Il brutto, come l'ordinario, non è ammesso.
Stai a casa, guarda, soffri, impara e ripeti con me: non sei degno.
Il tutto si svolge su un fondale di silenti gggiòvani imberbi che assorbono e sognano. Una sfavillante carriera televisiva per foraggiarsi il silicone per le donne e un brillante futuro calcistico per foraggiarsi le donne al silicone per gli uomini.
Ora torniamo pure all'ultima manche.
'FACCE DA CUBO'. Giuro, non scherzo. Facce da cubo.

"Max ma lo ha detto sul serio?"
"Eh."

La concorrente sopravvissuta ai cecchinaggi dei Guardiani del Gossip, deve ora affrontare le mutazioni di sei volti Very Important per portarsi a casa il ghiotto premio.
Enrico Papi si frega le mani con aria macchinosa e per la prima volta mi sorge il dubbio che Noemi avesse chiamato il nostro premier 'papi' per mero lapsus freudiano.
Appare una specie di Frankenstein.
Non farsi trascinare è impossibile.
"Mai daaaaaaiiii è facilissimoooo! Quella lì è la Arcuriii!"
"Macchè! E' la Belèn."
"Scommetti?"
Papi : "Forza Cinzia! Hai dieci secondi di tempo per dare la soluzione. Se sei in difficoltà puoi usare un aiuto. Te li ricordo : vedere un miglioramento della fotografia, ascoltare la voce del nostro volto noto oppure andrai ad ascoltare un mio indizio."
Cinzia : "A Enrigo io nun riesco a capì. Damme un mijoramento de'mmaggine."
P.: " Occhèi Cinzia. Mi raccomando, concentrazione che è facile. Vai col miglioramento d'immagine!"
C.:" Ma è la Arcuriiiii!!! Come ho fffatto a nun capiiiì!!"
P.: " Bene Cinzia, verifichiamo.[..].. BRAAAAVAAA!!! Ecco la nostra bellissima Manuelona non modificataaaaa!"

Il senso di trionfo per aver battuto Max al gioco indovinando m'abbandona in un lampo.
Guardo Max che per fortuna mi guarda a sua volta con aria triste e persa.
Aveva ragione, la birra l'ho finita. E in questo momento una singolare sete mi sta facendo invidiare i resti della sua. Spegnamo e ricominciamo a frantumarci il cervello discutendo d'attualità anche se una parte di me l'ho lasciata ferita e sola a pensare.
Questa settimana a 'Trasformat' è cominciata la sponsorizzazione dell'album di figurine di prossima pubblicazione dei personaggi modificati.
Le bustine contengono anche carte speciali dove sarà raffigurato Papi stesso in versioni modificate e animalesche.
".. più in basso di così c'è solo da scavare" canta Daniele Silvestri.
E allora prendiamo le vanghe.
(e magari, Max, porta pure un paio di birre.)

martedì 22 febbraio 2011

Trieste-Londra, andata e ritorno

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Questo libro è un libro strano.
Quando è arrivato fra le mie mani, accompagnato dalla dedica di una carissima amica, ho pensato che sarebbe stato uno dei classici romanzi che "leggi tutto d'un fiato". Poche pagine, dedicato ad un personaggio della storia della letteratura italiana che amo molto (o almeno così sembrava dalla quarta di copertina), ottimamente recensito a suo tempo da nientemeno che Calvino. Insomma, sembrava che tutto puntasse al colpo di fulmine, ma non è stato così. Fin dalle prime pagine la scrittura di Del Giudice mi è apparsa ostica. Mi pareva troppo scientifica, troppo matematica, un incrocio fra Gadda e il Primo Levi meno conosciuto, poi ho capito: era semplicemente molto mitteleuropeo. Cercavo di pagina in pagina qualcosa di più concreto sulla vicenda di Bobi Bazlen (l'autore a cui il romanzo doveva, nella mia mente in un certo modo ben definito, essere dedicato) e non trovavo nulla. Soltanto scorci momentanei dati dallo sfiorare la vita di qualcuno che gli era stato prossimo. Piccole schegge di qualcosa che non si riesce a ricostruire. E intanto il libro si dipanava: sullo sfondo una Trieste che mai mi è apparsa così ben rappresentata, con alcune frasi che mi sono rimaste infisse nella mente "Trieste è come Nizza, solo che c'è il vento". Ogni volta che aprivo una pagina mi sembrava davvero di camminare a fianco del protagonista, attraverso il lungomare triestino, nelle strade in salita, nei piccoli caffè, ma non ero trascinata e nemmeno rapita. Questo libro non ti lascia lo spazio per un'eccessiva immedesimazione. Sei lì con il protagonista, ma non sei il protagonista. Come in quei film bellissimi durante i quali non riesci ad essere catturato dalla finzione della vicenda "reale", non riesci a perdere te stesso nella narrazione, ma ti senti spettatore privilegiato di un momento di pura arte. Il mio io "critico" non è venuto mai meno durante la lettura e forse per questo, per il continuo stimolo, per la percezione dei tanti riferimenti letterari, assolutamente non ostentati, ma anzi impliciti e proprio per questo di maggior soddisfazione quando si svelano, ho amato moltissimo questo testo.
Non mi è stata data alcuna informazione di più sulle vicende di Bobi Bazlen, ma mi è stato dato Bobi Bazlen. Incredibili le due pagine dedicate al volo dall'Italia a Londra: un piccolo capolavoro dove la narrazione urbana contemporanea di matrice modernista, da Doblin in poi, si dispiega in tutta la sua potenza: una lunga sequenza di coordinate aeree che ci accompagna, sicuri come su un volo di linea, su rotte mille volte battute dai piloti. Allo stesso modo emerge Londra: non sono il protagonista che vi arriva, ma vedo la valigia che scorre sul rullo in aeroporto, sono il taxi che scivola lungo le strade, percepisco l'umido dei mattoni a vista delle basse casette medioborghesi della prima periferia londinese. Non mi cattura, mi conduce, con una grazia che si fa apprezzare in una lettura lenta e accompagnata da larghe pause.
Un libro che va assaporato e gustato, come se si trattasse di un vino invecchiato, non da chi ha molta sete, ma da chi ha voglia di assaggiare qualcosa di veramente buono.
Penso che questo, fra molti anni, potrà essere annoverato fra i classici della letteratura del secondo Novecento. E se mi sbaglio, mi sbaglio di poco.

lunedì 21 febbraio 2011

Robot boogie (o della genialità made in New Zealand)

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Se un anno fa qualcuno mi avesse chiesto di elencare le prime cinque cose che mi venivano in mente riguardo la Nuova Zelanda, beh, oltre agli All Blacks, Wellington e agli scenari de “Il signore degli anelli” mi sarebbe stato difficile aggiungere altro. Il fatto è che della Nuova Zelanda si parla assai poco e io tendo alla confusione mentale quando si tratta di riferimenti extra continentali; quindi sì, riguardo questo paese avrei avuto assai pochi elementi cui fare riferimento per conversare (peraltro pur sapendo ricondurre alla NZ le tre cose sopracitate, non credo sarei in grado di disquisirvi molto a riguardo).
Ma poi ho conosciuto i Flight Of The Conchords e mi si sono completamente ribaltate le carte in tavola.
I Flight Of The Conchords sono un duo comico musicale neozelandese nato nel 1998 da un’idea di Bret McKenzie (quello senza occhiali) e Jemaine Clement (quello con gli occhiali), amici fin dai tempi dell’università. Comici e musicisti, Bret e Jemaine si sentono una band, ma dato che tutti si ostinano a definirli un duo, anche loro hanno finito per adottare questa definizione. Del loro si parla solitamente come di folk-comedy rock -- anche se non mancano le suggestioni esotico elettroniche, funk, rap, pop e quant’altro. Peraltro pare non sia un caso che una delle cose poche cose che riesco a ricordare della Nuova Zelanda siano sfondi nella trilogia cinematografica di Peter Jackson: Bret è infatti comparso nel primo e nel terzo film de “Il signore degli anelli” come interprete di Figwit (un elfo) e suo padre, Peter McKenzie, interpretava Elendil. Ma sto divagando (anche se questo può comunque essere di un qualche interesse per chi segue questo blog ed è nel contempo fan della saga di Tolkien). Dicevo, Bret e Jemaine.
Fondamentalmente io li ritengo dei geni. Le loro canzoni/pezzi comici sono mi-ci-dia-li eleborazioni parodiche di diversi generi musicali e dei testi-tipo degli stessi, dove la voce di uno e la pronta risposta canora dell’altro, si alternano in modo impeccabile. In poche parole, sgranano una battuta dietro l’altra e, nel mentre, suonano. La loro comicità è un crescendo di quelli fulminanti: inizia lo sketch ed abbozzi un sorriso, prosegue lo scambio di battute e –bang!– arriva il colpo da knock-out per cui cominci a ridere in modo tanto rumoroso quanto imbarazzante (il passo successivo potrebbero essere le lacrime, intendiamoci). Mi hanno regalato proprio dei bei momenti di ilarità casalinga e non posso che esser loro grata per questo.

I FOTC si sono confrontati per lungo tempo con la dimensione del live (piccoli club, festival e via discorrendo) è proprio in quel tipo di contesto che la loro comicità risulta più esplosiva e travolgente. Girando il mondo con le loro chitarre hanno raccolto un sèguito di fan ormai affezionatissimi. Sèguito che si è poi ampliato nel 2004, quando i due hanno realizzato per la BBC uno show radiofonico (in larga parte improvvisato) in cui interpretavano loro stessi nel tentativo di emergere come band a Londra; e idem nel 2007, quando questa stessa idea viene sviluppata in modo più completo nella serie televisiva prodotta dall’americana HBO, chiamata appunto “Flight Of The Conchords”: qui Bret e Jemaine, in una versione goffa e disadattata di loro stessi, proseguono nel tentativo di ampliare la schiera dei fans, sullo sfondo però della città di New York. Lo show in questione si può definire in modo appropriato come mockumentary (=falso documentario): le situazioni rappresentate sono immaginarie, ma il pubblico è portato a credere che ciò che si verifica di episodio in episodio sia la vita vera della band. Il pacchetto è ben costruito e i due sono affiancati da bravi attori come Rhys Darby (nel ruolo del loro manager Murray), che già aveva collaborato con loro nello show radiofonico britannico; Kristen Schaal (Mel, unica fan americana dei Flight Of The Conchords; è quello che si dice una mitomane) e Arj Barker (Dave, amico della band, è un ragazzo di origine indiana che gestisce un negozio di pegni e, all’occorrenza, dispensa ai due pessimi consigli su come si gestiscono rapporti interpersonali e relazioni sentimentali in America).
Nella serie tv, le canzoni dei FOTC sono utilizzati come utili espedienti narrativi: diventano infatti risorse di arricchimento/approfondimento della trama di ogni episodio (possono comparirvi sottoforma variabile di videoclip, sogno/visione o semplice parentesi). È doveroso puntualizzare che lo humour di McKenzie e Clement – dai detrattori definito come “too Wellington”, troppo poco efficace al di fuori della capitale nuovo zelandese in questione – è piuttosto sottile (il filone è quello British, dopotutto) e per questo può non piacere ad un primo impatto … ma la presenza delle parti cantate gioca, a mio parere, una parte decisiva nel coinvolgimento dello spettatore, così come era decisiva nel dialogo col pubblico agli spettacoli dal vivo. Io stessa ho sperimentato questa difficoltà di approccio con le mie ex coinquiline, che sembravano tanto indifferenti alla serie quando io ne ero dipendente, salvo poi ricredersi, a seguito di un ascolto e una visione più accurata. La presenza delle parti cantate è il perfetto contrappunto ai caratteri maldestri dei due protagonisti: così, nelle canzoni il timido Bret si libera delle sue insicurezze (vedasi “She’s so hot… boom”, in cui sfoggia peraltro uno strumento futuristico come la chitarra digitale Casio DG20) e il sornione Jemaine rivisita in un modo tutto personale la languida sensualità tipica di cantanti come Prince (vedasi “Business time”). Ridurre ad un’unica categoria le personalità e sonorità che di volta in volta i due riescono a proporre, sarebbe tuttavia riduttivo. Con loro si spazia da ritmi incalzanti (“Inner city pressure”) a testi di un nonsense poliglotta (“Foux du fa fa”), a melodie struggenti e ballate dal testo fintamente sentimentale (“I’m not crying”, “Beautiful girl – part time model”); passando persino per fiabe impegnate per bambini e adulti (“Albi” dove Clement dimostra brillanti doti da narratore), momenti di freestyle zoofilo (“Hiphopopotamus vs. Rhymenocerus”), allucinati tributi glam ("Bowie") e molto altro ancora.
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Per chi volesse vedere la serie televisiva in streaming, QUESTO è il link per vedere le due stagioni realizzate.
Molti altri spettacoli sono reperibili su Youtube (personalmente consiglio il loro special per la serie “One night stand” della HBO) o ritrovabili sparsi per la rete, come il documentario “Flight Of The Conchords: a texan odyssey”, girato durante la loro permanenza ad Austin per il South by Southwest Music Festival. Consigliata vivamente anche la puntata dei Simpson (“Elementary school musical”) in cui compaiono come guest stars.

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Per concludere, uno dei miei pezzi preferiti: "Robots" (o "The humans are dead"), dal primo episodio della serie.

The humans are dead (Right they're dead)
The humans are dead (Yes, they look like they're dead)
It had to be done (I'll just conferm that they are dead)
So that we could have fun (Affermative - I poked one, It was dead)
....BINARY SOLO....


e un altro pezzo significativo, "Ladies of the world" (estratto dall'episodio 10 della prima serie). Marpione ma non sessista, tratta il fattore D in modo innocentemente demenziale.

Caribbean... Parisian... Bolivian... Namibian... EasternIndochinian... Repubblic of Dominican... AMPHIBIAN... PRESBYTERIAN...
Redheads not warheads
Blondes not bombs
We're talking about brunettes not fighter jets

venerdì 18 febbraio 2011

La musica muore (tranne che per Max Pezzali)

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Post tragicomico sulla musica leggera italica.

Io mi ero ripromessa di non guardare Sanremo, non lo faccio da anni e pensavo di non farlo nemmeno quest'anno. Dopodiché sono arrivata a casa e mia mamma lo stava guardando: vittima del raffreddore e dell'inerzia che mi ha costretta sul divano in compagnia di latte, biscotti e una buona dose di aspirina, mi sono ritrovata ad ascoltare inebetita alcune canzoni. E mi sono spiegata ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, perché questo paese sia un paese per vecchi.
Canzoni prive di qualsiasi forza, fatte di musiche inconsistenti che accompagnano testi insulsi: nessuno dei gruppi italiani che davvero provano a costruire qualcosa di differente, a ricercare una cifra stilistica contemporanea è presente, ma nemmeno cantanti dallo stile consolidato. Nessuna freschezza, nessuna ripresa cantautoriale di pregio. Le migliori performance si hanno quando salgono sul palco cantanti decisamente “over” o gli ospiti stranieri, che ci umiliano pubblicamente e vengono però trattati con sufficienza dai conduttori (sarà un caso che le nostre pubblicità sono sempre accompagnate da musiche che d'italiano hanno poco o, se sono italiane, sono parecchio datate?). Ma parliamo di cose frivole (fin ora che cos'ho fatto vi chiederete? Mah) : l'abbigliamento. Le cantanti italiane salgono sul palco con delle pseudo mise da sera che fanno pensare ad un/una costumista proveniente da qualche decennio fa. Non è da escludere. Figurini più adatti ad una prima d'opera, che al festival della musica leggera italiana. Salgono sul palco le ospiti straniere e ci troviamo davanti alla normalità: look contemporaneo e non impomatato.
Mi chiedo: che senso ha oggi Sanremo? Il festival è nato, ormai 61 anni fa, come momento di promozione delle novità e del “meglio” della produzione italica e così è stato per diversi anni, con artisti che sono parte della storia della canzone popolare. Ci sono stati anche cantanti “scandalosi” che hanno calcato quel palco, magari finiti nelle ultime posizioni, per ottenere poi il successo radiofonico. E poi che cos'è successo? Tutto si è fermato. Le nuove proposte hanno cessato di essere tali e le uniche canzoni degne di tale nome che eccheggiano all'Ariston sono cantate da artisti già ampiamente affermati, che spesso hanno trovato la loro “scuola” o la loro “promozione” altrove. Il resto è una formula semplice: musichetta melodica e strascicata, testi d'amore che sono tutto uno struggimento e mix di buoni sentimenti, sorrisi e buonsenso. A questo punto meglio le proposte di alcuni format, non a caso acquistati da altri paesi, come X factor o Amici. Si, Amici. Un programma assolutamente privo di elementi culturali, ma perfetto per il suo target, che quantomeno, a livello di cantanti, si avvicina alla produzione di “materiale” in linea col resto del mondo. Attenzione: non parlo di qualità o di originalità. La musica da “largo consumo”, quella da “idoli delle teen ager”o da gruppi di massa e largo consenso non viene certo rappresentata a Sanremo. Questa musica sta altrove. Non mi spendo su un giudizio di merito, forse non ne sarei nemmeno in grado. Do un giudizio, diciamo, da etologa dei programmi di musica televisivi.
Se vogliamo poi parlare di “tradizione italiana” relegandola alla canzonetta leggera da fischiettare mentre si pedala in bicicletta immaginando di essere in un film anni '50, anche in questo caso l'unico esempio di un possibile successo che mi viene in mente è il fenomeno Arisa, che con le sue melodie facili e retrò ha incarnato almeno questa componente. Ma diciamocelo: non si vendeva da grande artista. Il discorso era chiaro: ho trovato (leggasi: mi hanno scritto) un motivetto più che orecchiabile, con qualche dotta citazione anni '30-'40, i miei testi non vogliono dire nulla di più di quello che dicono, cioè quasi nulla, se vi diverto va bene così e stop.
Ma la musica italiana, tutt'altro che morta, vive da un'altra parte. Molto lontano da Sanremo, spesso relegata in locali di dubbia igene e di pessima acustica. E mi viene quasi da dire grazie a dio.
Mi permetto alcuni commenti sparsi in chiusura, prendeteli come i commenti di una che ha visto numero 20 minuti totali di Sanremo prima di lanciarsi a scrivere questo post:
  1. Patty Pravo se la dipingi di blu è un Avatar.
  2. Le canzoni di Albano sono così originali che le potresti cantare mescolando parole a caso delle sue canzoni precendenti.
  3. Max Pezzali resta uno dei miei idoli personali: è l'unico che riesce a violare meravigliosamente ogni regola metrica (e del buon senso nella dizione) semplicemente accelerando, nel cantare, la strofa.

La morale è sempre quella: Max Pezzali è la via, la verità, la salvezza. Amen.

mercoledì 16 febbraio 2011

Nur ci racconta il RomaPopFest 2011

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Gli amanti del giardinaggio tendono a snobbare il capodanno - la terra è ghiacciata e le piante perenni dormono - e a fare i salti di gioia in prossimità dell'equinozio di primavera.
Se sei una di queste di persone,  forse ti aggraderà l'idea di partecipare alla seconda edizione del RomaPopFest, che si svolgerà in varie location nel corso di marzo.

Dato che l'iniziativa ci pare molto pregevole, abbiamo intervistato per voi Nur, una delle organizzatrici del festival, chiedendole anche di raccontarci qualcosa di più sul gruppo delle ragazze di Frigopop.

- Ciao Nur! Come prima cosa potresti raccontarmi com'è nato il progetto di Frigopop?
Circa tre anni fa, incontrai Simona ed Emanuela in giro per i concerti romani. Dopo aver appurato che a tutte e tre piaceva molto la musica pop, e che a Roma non ci fosse una serata che la celebrasse a dovere, abbiam deciso di farlo noi. Così abbiam scelto un nome, un logo, abbiamo aperto un blog che è anche una webzine e, cosa più importante, abbiamo iniziato ad organizzare dei concerti.

- Dove avete pescato il delizioso frigo rosso del logo? Me lo sono sempre chiesta ;)
L'idea ci venne in maniera abbastanza spontanea: volevamo prendere un oggetto che incarnasse lo spirito casalingo, lo stare tranquilli il pomeriggio a casa, che in parte è anche lo spirito che ispira molto dell'indiepop attuale e passato. Il frigo ci è sembrato quindi un buon simbolo, e poi "frigopop" suonava bene! Il logo che ancora ora utilizziamo è ad opera di Oobie Doobie. Se ti riferisci invece al frigo "vero", ovvero quello che puoi trovare fisicamente alle nostre serate o nei nostri videocast, be', quello lo abbiamo trovato vicino ad un cassonetto dell'immondizia. Lo abbiamo pulito, pimpato e pitturato di rosso, e ad oggi è ancora la nostra mascotte.

- La vostra redazione è composta da un gruppo di ragazze romane; la concentrazione geografia nella capitale è stata una scelta programmatica oppure è emersa naturalmente nel corso del tempo?
La redazione vera e propria, ovvero la gente che scrive sulla webzine, non è per nulla romana. Oltre me, ci scrivono un sacco di ragazzi e ragazze da tutta Italia.
Per quanto riguarda invece il collettivo, il nucleo decisionale o come altro lo vuoi chiamare, quello si, è tutto romano. Siamo 5 ragazze dai 20 ai 27 anni e abitiamo tutte nella capitale. Questo è venuto in parte naturalmente, perché come ti dicevo sopra ci siamo incontrate ai concerti qui intorno, e in parte programmaticamente, perché sarebbe difficile organizzare eventi a Roma con qualcuno che a Roma non ci vive.

- Tempo mi fa mi dicevi che, inspiegabilmente, "a Roma non si balla". Le vostre feste/dj set sono riuscire a migliorare l'altrimenti trista situazione?
Eheh! Sì, all'inizio i nostri dj-set li chiamavamo proprio "A Roma non si balla". Questo perché ci sembrava che ai concerti e ai dj-sets stessero tutti immobili, come delle belle statuine, tristissimo. Con gli anni devo dire che la situazione è cambiata, e decisamente in meglio. Sono state talmente tante le realtà e le proposte musicali e di intrattenimento che sono nate, che penso in qualche modo si sia assistito ad una nuova primavera della nightlife capitolina. Ora la gente balla un po' di più, anche se mai abbastanza!

- Non ho mai avuto la fortuna di presenziare ad una delle vostre feste, ma ho letto che organizzate anche dei banchetti in cui vengono venduti oggetti fatti a mano. Che peso ha per voi il ricorso alla pratica dell'autoproduzione (DIY)?
Sicuramente, non ha un peso politico o etico. Per noi il Do It Yourself nudo e crudo degli inizi è stata solo e solamente una necessità: non avevamo soldi per fare altrimenti. Questo atteggiamento poi ha pagato perché con il risparmio e l'ingegno siamo riuscite a metter da parte il budget che poi ci permette di fare le cose sempre più in grande ogni volta, e soprattutto senza spezzarci la schiena (vi assicuro che affiggere migliaia di manifesti a notte fonda per le strade di Roma non è per nulla divertente). Detto questo, sono tantissime le cose che facciamo ancora a casa, fatte da noi: dal catering all'allestimento scenografico del locale, è tutto fatto amorevolmente a mano.
Sulla pagina del popfest di Madrid (quest'anno alla prima edizione) ho letto nella loro descrizione questo: The Popfest is an indiepop festival which takes place all around the world, from New York to Rome, organised by small independent sleeper cells. Always completely self-funded, avoiding all sponsors, though open to punctual collaborations with kindred collectives, Popfests all over the world plot to gather all kinds of bands.
Bene, noi pensiamo sia una stupidaggine. Siamo aperte agli sponsors, se questo ci può permettere di crescere più velocemente. Perché no?

- Infine potresti raccontarmi in poche righe come si articola l'edizione 2011 del RomaPopFest?
Ci sarà un opening party il 4 marzo al Circolo degli Artisti con gli Ex-Otago. Poi il festival vero e proprio il 18 e 19 Marzo, al Mads e alle Mura, due locali che si trovano uno di fronte l'altro, così per andare a vedere l'altro palco ci scappa pure la pausa sigaretta. La linup è stata interamente annunciata settimane fa, e tra gli headliners ci sono i Non Voglio Che Clara, i Virginiana Miller, Colapesce, I Quartieri e tanti altri. Infine, per chi non riuscirà ad arrivare fino a Roma, ci sarà un closing party il 19 e 20 Marzo al Mattatoio di Carpi (Modena), in cui suoneranno due delle band del popfest, ovvero Eux Autres e Allo Darlin.

- Organizzare un festival sembrerebbe assai faticoso e complesso; come vi siete trovate a costruire da zero il primo festival pop della capitale?
Lo è: ogni anno è un vero e proprio tour de force. Ti ritrovi nel panico più totale a dire: "ma chi me l'ha fatto fare?!". Poi però va tutto a meraviglia, vedi la gente che si diverte da matti e ascolta buona musica e tu hai lasciato un piccolo segno, hai fatto qualcosa di importante per te, per gli altri e per l'Italia.

Qui sotto trovate un pratico player per ascoltare le band che parteciperanno al festival.

martedì 15 febbraio 2011

Gli skater di Piazza S. Lorenzo e le loro spettatrici assorte

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Voi l'avete mai vista una skater in carne ed ossa? Io no.
Certo, ne ho osservato l'abilità in video promozionali e amatoriali reperibili online, ma si è trattato di casi rarissimi. A Vicenza, la mia terra d'origine, non ho mai visto una ragazza armata di tavola nei luoghi dove gli skater erano soliti radunarsi, prima dell'inspiegabile "fenomeno" di Piazza S. Lorenzo*.
Né "alle banche", né all'istituto Martini, né "al cavallo" vicino alla caserma dei pompieri, né a Carmignano (che in realtà è più vicino a Padova che a Vicenza), né in quello che doveva essere lo skate park promesso dall'ex amministrazione di centrodestra e che ora è il parcheggio sotterraneo dell'ennesimo orripilante blocco di cemento (supermercato Despar, quale ufficio, appartamenti vuoti) a pochi passi dal centro.
Con il mio ex ragazzo, che aveva una minima cognizione del fenomeno e una volta su cento riusciva a concludere un ollie, mi capitò persino di percorrere qualche decina di chilometri per assistere ad un paio contest, accompagnati dalle performance di skater italiani marchiati Fiat.
Anche in quelle occasioni non ricordo di essermi imbattuta in giovani donne volanti. A restarmi impressi furono gli skater cinquantenni, meravigliosi; un po' come i Dinosaur Jr. nel video di "Over it".


Oltreoceano c'è qualcuno che si è interrogato sulla natura quasi esclusivamente maschile dello skateboarding e sul confine talvolta labile tra male bonding e omoerotismo. Questo qualcuno è Keegan Walker, pro skateboarder e fotografo. Hot Dudes, la sua fanzine dedicata all'argomento è acquistabile dal sito Izrock.com.

* ragazzetti che provano i loro trick in una delle piazze del centro storico, per lo più accompagnate da amiche che li osservano dai gradini della chiesa.



sabato 12 febbraio 2011

The average american male - Tentar non nuoce

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Difficilmente un libro d'intrattenimento, studiato appositamente per catturare il pubblico e vendere, vendere, vendere, riesce ad andare al di là del suo intrinseco limite strutturale diventando qualcosa di più costruito e smaliziato, catturando l'attenzione della critica. Nemmeno Chad Kultgen ce l'ha fatta, nonostante i suoi video virali su you tube, che avevano anticipato l'uscita di The average american male nell'ormai lontano 2007, nonostante il battage di polemiche, reali o presunte, sull'amoralità del romanzo. Fatta salva qualche recensione positiva e, qualcuna in più, fortemente scettica, l'opera è stata bastantemente ignorata. Tuttavia, nonostante tutta la mia diffidenza iniziale, questo libro è riuscito a suscitare il mio interesse e a tenermi incollata alla lettura, come non capitava da tempo, facendomi trascurare computer, film, telefilm e altri generi d'intrattenimento con i quali sono solita obnubilare la mente. In che cosa consiste però il suo fascino? Certo non nella trama, piuttosto esile e modellata su cliché da telefilm. Di sicuro non nella possibilità d'immedesimazione nei personaggi, con un protagonista così monomaniacale e ripiegato sui suoi istinti sessuali da sembrare una caricatura e delle coprotagoniste femminili altrettanto stereotipate sul modello della "morosa pesante e ossessiva" o della "sexy girl" disincantata e di gusti ammiccanti al mascolino. E dunque? A cosa attribuire tutta questa capacità di ammaliare il lettore? Per prima cosa partirei dalla struttura: una prosa non banale e, per quanto lessicalmente limitata (è un libro che per essere letto in lingua originale necessita solo di un pò di assestamento sul linguaggio parlato, quanto a vocabolario non si incontrano altre difficoltà), fresca e vivace. Periodi brevi e capitoli di poche pagine che si susseguono con ritmo incalzante come se procedessimo a flash. Anche su questo The average american male deve molto al linguaggio televisivo: concisione, rapidità, immagini forti e colore. Non a caso intrattiene che è una meraviglia.
In secondo luogo Chad Kultgen ci accompagna, con il sorriso sulle labbra, attraverso una tipica sequenza di relazione fra persone intorno ai trenta, dando una rappresentazione impietosa, ma al contempo identificabile da parte di qualunque lettore con elementi del suo vissuto, del differente approccio alla coppia fra maschi e femmine. Nessuna ipocrisia e nessun velo a coprire i non detti, i silenzi pensosi che si rivelano sequenze di oscene immagini nella mente del cosiddetto pensatore. La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. O almeno quella che Kultgen ci vuole, con attento fiuto commerciale, far notare. Il meccanismo è semplice ed è lo stesso sotteso a molti libri "al femminile" in cui sostanzialmente l'autrice mette a nudo l'immaturità, la leggerezza, l'inettitudine maschile per poi fare una carrellata di personaggi virtuosi e di spirito con cui la lettrice deve immedesimarsi. Si ride, ci si ritrova nella maggior parte dei casi, il libro vende.
Raramente però un romanzo di questo tipo raccoglie consensi anche fra il pubblico maschile: il motivo è da ricercarsi, nella quasi totalità dei casi, nella critica saccente e di chi sta dalla parte della ragione che queste autrici portano avanti. Rido dei tuoi difetti condannandoli più o meno esplicitamente e al contempo mi beo della mia superiorità di genere.
The average american male segue un'altra strada. Non vuole insegnare nulla, non vuole dimostrare che il maschio è comunque, pur nella sua istintualità marcata, superiore in qualche modo alle donne: non ha una filosofia del vincitore da farci abbracciare.
Questo romanzo ci racconta una storia e basta, e anche il finale strizza l'occhio ad un pubblico che ha deciso di non stare nè coi buoni nè coi cattivi (se così si può dire). Kultgen sembra dirci "Vi apro uno spiraglio nella mente dell'uomo medio, ma questo non vuol dire che vi sia dietro una rivendicazione o un'affermazione d'identità forte. Guardate, sbirciate, forse alla fine vi capirete meglio. Forse no, ma vi sarete divertiti qualche ora". Un libro del genere, il cui ingrediente principale è il sesso, e che non produce alla fine alcuna morale, sia essa di redenzione o di condanna, non poteva certo ricevere il plauso nemmeno in Italia.
Penso invece che sia uno dei prodotti più interessanti con i quali il mercato editoriale ha giocato negli ultimi tempi e ve lo consiglio anche per questo. Leggetelo e fatevi un'idea vostra. Male che vada vi sarete divertiti per qualche ora.

giovedì 10 febbraio 2011

Parola di Andi Zeisler

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La cofondatrice ed editor della rivista Bitch: Feminist response to pop culture (che noi segnaliamo tra i link amici) si chiama Andi Zeisler. Qualche anno fa scrisse un articolo poi pubblicato dal Washington Post in cui discuteva dell’ impressionante diffusione della parola “Bitch” (o “B-word”, parola con la B), all’interno del panorama culturale e politico americano. Zeisler si concentrava sul fatto che questa parola (in italiano traducibile con “stronza” o “puttana” e vari vezzeggiativi) viene troppo spesso usata come insulto nei confronti della donna (della donna che rifiuta le attenzioni – chiamiamole così – che l’uomo le rivolge lungo la strada; della donna che ha successo nel lavoro; della donna che alza la testa per dire ciò che pensa) e mentre alcuni sostengono che il suo utilizzo ormai entrato nelle abitudini comuni non dia più fastidio e quasi passi inosservato, lei espone il suo disappunto. Il pretesto per la realizzazione dell’articolo è stato l’ennesimo utilizzo del termine Bitch in ambito politico: questa volta ci si rivolgeva ad Hillary Clinton, oggi segretario di stato USA, allora (nel 2007, anno in cui scrive l’articolo la Zeisler) ancora in corsa verso la Casa Bianca a contendersi con Obama la possibilità di essere candidato democratico alla presidenza. Zeisler collega a questo accaduto anche altre situazioni in cui il termine con la B è stato utilizzato con un’accezione negativa ed offensiva. Nell’articolo spiega in quali circostanze questo venne scelto come titolo della rivista che fondò con Lisa Jervis e perché vorrebbe veder cambiata quella spiacevole consuetudine per cui si scredita la donna che esprime le proprie opinioni con forza, semplicemente puntando il dito alla sua appartenenza di genere.
L’articolo in questione mi è passato per le mani solo qualche giorno fa (io stessa mi trovo mestamente ad ammettere di non conoscere la rivista che da pochissimo – grazie soprattutto alla segnalazione di Margherita della nostra redazione). Mi hanno subito colpita la limpidezza e la forza delle argomentazioni della Zeisler nel dire BASTA al sessismo gratuito. Ritengo sia una persona di gran pregio ed ho voluto tradurre il suo articolo se non altro perché il modello di donna che vi viene difeso – donna che sa quello che vuole, che non ha paura di esprimere la sua opinione, anche costo di risultare impopolare – è il modello di donna da cui, bene o male, vorrei trarre ispirazione io stessa e a cui cercano di ispirarsi credo anche molte altre ragazze (ragazze che, come me, non si sentono per niente rappresentate dal modello femminile italiano ormai imperante - - quello per cui non si fa niente per niente e per cui bella presenza e capacità di scendere a compromessi sono requisiti primari).

Postilla: ho fatto delle annotazioni lungo l’articolo (per lo più brevi aggiunte di dettagli utili alla comprensione): le vedete contrassegnate da un asterisco. Per quanto riguarda la parola Bitch, che nell’articolo compare (ovviamente) più volte, ho preferito mantenere l’originale inglese (quindi anche il titolo vi fa riferimento).

"La parola con la B? Puoi scommetterci." di Andi Zeisler (Washington Post, Domenica 18 novembre 2007)


Quando lavori per una rivista che si chiama Bitch, il telefono tende a squillare spesso nel momento in cui tale parola salta fuori nei notiziari.
Quando qualche mese fa il Consiglio Municipale della città di New York annunciò una simbolica interdizione della parola, il telefono suonò.
Quando l’allenatore dei New York Knicks, Isiah Thomas, difese l’uso di tale termine nei confronti di Anucha Browne Sanders, ex direttore marketing dei Knicks che vinse una causa per molestie sessuali il mese scorso, suonò ancora di più.
E quando, la settimana scorsa, uno dei sostenitori del senatore John McCain usò questa parola con la B per riferirsi al senatore Hillary Rodham Clinton in una domanda, si è messo a suonare come un pazzo.

La gente vuole sapere se sia ancora una parolaccia. Vogliono sapere se supporto il suo uso nei discorsi pubblici. Oppure, considerandola già una parolaccia, vuol discutere per capire se il suo uso abbia delle implicazioni per la libertà di parola o se ne abbia per le molestie sessuali e per le campagne elettorali.
Un’altra cosa, del lavorare per una rivista che si chiama Bitch, è che non si può fare a meno di averne le scatole piene di certe discussioni. Per me è così. Tuttavia continuerò a dire le stesse cose che dico sempre, in parte perché parlarne è una responsabilità e un rischio professionale e in parte perché, al di là della fatica, sono cose in cui credo.
Dunque, eccoci: Bitch è una parola che usiamo culturalmente per descrivere qualsiasi donna sia forte, arrabbiata, inflessibile e che, spesso, non è interessata a compiacere gli uomini. Usiamo il termine per riferirci alla donna per strada che non risponde ai fischi o ai sorrisetti degli uomini quando dicono “Coraggio piccola, non può andare così male!”. Lo usiamo per la donna che ha un lavoro migliore dell’uomo e non se ne scusa. Lo usiamo per la donna che non indietreggia quando è ora di confrontarsi. Ma diciamo le cose come stanno: è una parolaccia? Certo che lo è. In quanto membri di una cultura, abbiamo fatto tutto il possibile per assicurarci che lo fosse, continuando a portare avanti quell’atteggiamento mentale che considera le donne potenti come brutte, irascibili e, ovviamente, poco femminili – e che vede i discorsi decisi delle donne come un anatema per un mondo ordinato ed efficiente. È solo per queste ragioni che quando io e Lisa Jervis abbiamo dato il via alla rivista nel 1996, nessun altro titolo venne preso in considerazione. In quanto giovani donne abituate ad andarsene per strada indossando canotte sportive e a essere bombardate, proprio per questo, da quella parola, sapevamo a che tipo di insulti saremmo andate incontro scegliendo di pubblicare articoli sul sessismo nella cultura popolare e di consumo.
Quando io e Lisa eravamo in tour per promuovere l’antologia per il decimo anniversario, gli uomini ci si avvicinavamo dopo i reading per chiederci, nervosamente, se odiassimo gli uomini – o per sapere se gli uomini fossero “autorizzati” a leggere la rivista. Rispondavamo loro sempre allo stesso modo: se leggeste realmente la rivista – che include di tutto, dai saggi sul razzismo nell’industria della moda alle rubriche sulla compra vendita del farmaco Gardasil (anti HPV) – vedreste che non riguarda l’odio per gli uomini, quanto più l’esaltazione delle donne. Fin troppe persone però non vedono questa differenza. E ciò spiega, almeno in parte, il perché la parola con la B sia ancora un termine problematico. Noi speriamo di poterlo un giorno riscattare come descrizione di donne intelligenti e loquaci, un po’ come il termine “queer” venne riproposto dai radicali gay. (*Tale termine, storicamente utilizzato in senso dispregiativo verso gli omosessuali, viene riabilitato negli anni Novanta, grazie agli attivisti di Queer Nation). Come ha scritto Lisa nella dichiarazioni d’intenti della rivista, “Se essere una donna che non ha peli sulla lingua significa essere bitch, lo prendiamo come un complimento, grazie”. Anche se dubito legga la nostra rivista, immagino proprio che Hillary Clinton abbia una posizione simile alla nostra riguardo questa parola. Dopotutto, le persone a cui la Clinton non piace la stanno infamando almeno dal 1991. Ad un incontro per la campagna elettorale in Carolina del sud, lunedì scorso, i presenti risero infatti deliberatamente, quando una donna chiese a McCain, “Come la battiamo, la stronza?”. L’aspetto più sorprendente riguardo quest'episodio (per chiunque voglia vederlo, disponibile su Youtube), è che ciò non sia successo prima. Certo è stato irrispettoso da parte di McCain cavarsela con una risata, a quell’insulto (invece di ammonire l’intervistatrice, lui la definì un’ “ottima domanda”, e aggiunse “rispetto la senatrice Clinton”). Ovvio, d’altra parte, che la donna che pose la domanda in questi termini stava palesemente cercando di mettersi in mostra utilizzando una frase ad effetto (congratulazioni donna anonima! Tu sì che ci sai fare!). Per la Clinton, tuttavia, questa dev’essere stata poco più che routine; altro giorno, altro insulto. In questi giorni, la gente che scaglia addosso alla Clinton quel termine, sono i suoi oppositori più diretti: repubblicani, conservatori sociali, varie Schlafly e Coulter (*esponenti della destra americana), e quell’amorfo e viscido gruppo di misogini diffusi. Il loro disprezzo per la Clinton non ha nulla a che fare con la possibilità che la definizione del dizionario Merriam-Webster le si addica (ovvero che sia una “donna maliziosa, maligna e dispotica” - “termine usato talvolta in modo generico come insulto”). Certo non ha nulla a che fare con la posizione da lei assunta riguardo determinate problematiche. Quando queste persone chiamano la Clinton (o la presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, o il senatore Dianne Feinstein o l’ex candidata vice presidente Geraldine Ferraro) bitch, o persino quando usano il più soft “che-fa-rima-con-witch”, quella è un’espressione di sessismo puro – sperano di chiudere la bocca non solo ad una donna, ma a tutte le donne che osano essere sicure di sé. Mettiamola così: se non vi piacciono le posizioni della Clinton su, mettiamo, sanità ed Iraq, ci sono vagonate di altri modi per dirlo, evitando di invocare la sua appartenenza di genere. Molte persone sono indifferenti alla Clinton; diverse le ragioni: il suo supporto per i gruppi anti-gay che difendono la legge sul matrimonio, i suoi maldestri tentativi di proporre una chiara posizione sull’Iraq, la paura che sia vincolata agli interessi corporativi tanto quando il suo predecessore. Ci sono poi delle donne che si stizziscono all’idea che ci si aspetti da loro che votino per il proprio sesso, invece di seguire le loro specifiche convinzioni politiche (*l’idea è quindi che le donne votino la Clinton semplicemente perché anche lei donna come loro). Tra tutte queste persone sono però in pochissime quelle preoccupate che la Clinton non sia appassionata a sufficienza, oppure sia sciatta o poco femminile o qualunque altra caratteristica sia annoverata nel profilo della perdente che le parano davanti ogni giorno.
Così la parola rimane più incendiaria che mai. (Mi dispiace senatore McCain). Nel 1996, quando la parola l’aveva appena avuta vinta sugli addetti alla censura del network televisivo, non avrei mai pensato che potesse appesantirsi ulteriormente. (È stato lo stesso per la parola “femminismo”, ma questa è un’altra storia). Sono stata però smentita dall’ascesa della prima seria candidata favorita per la presidenza. Per strada, in campo musicale e nelle sale del consiglio, quella è una parola che non ha intenzione di sparire. La goffa affermazione che Isiah Thomas fece al processo per molestie sessuali, circa l’uso informale e spontaneo della parola, (secondo lui) percepito come meno problematico all’interno della comunità nera, non convinse il giudice e così come non convinse molte altre genti. Qualche anno fa, il New York Times scrisse del fenomeno che vedeva gli uomini usare tale termine per descriversi a vicenda: un uso, questo, che affonda le sue radici nelle dinamiche sociali della popolazione penitenziaria, ma che da lì si è poi diffuso nei campi dello sport, della musica rap e delle scuole medie di qualunque luogo. L’articolo ragionava sul fatto che il termine sta diventando quasi una cosa da niente, una bazzecola, se non addirittura un termine rispettabile. Non sono d’accordo: è semplicemente l’ennesimo modo di denigrare le donne.
Sono senz’altro disponibile a discutere vivacemente su come la parola sia usata nella vita di tutti i giorni: dagli uomini, dalle donne, per scherzo o per convinzione. Ma prevedo che questo dialogo non avrà luogo in un’arena politica che considera ancora la mera femminilità come una mancanza. Parlare dell’uso del termine – contro la Clinton, contro Browne Sanders o contro donne comuni di qualunque provenienza – non serve a nulla se non consideriamo anche le numerose parole non dette che la seguono. Lasciando da parte la mia personale definizione del termine, posso in tutta confidenza dire che voglio che il mio prossimo presidente sia bitch (che sia uomo o che sia donna). Senza peli sulla lingua? Ok! Autoritario? Certamente! Affatto preoccupato di compiacere tutti? Sicuro! Che non cede alla pressione del dover risultare “gradevole”? Potete scommetterci!
E indovinate un po’? Non sono nemmeno sicura che quella persona sia Hillary Clinton.



La determinazione è donna

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Devo ammettere di essere una lettrice assidua di Donna Moderna, non tanto perché apprezzi particolarmente il contenuto o altro del settimanale, ma in quanto mia nonna ha l’abbonamento e io passo molto tempo da lei. Nel lontano settembre dell’anno scorso, al riparo dalle future ansie di filosofia et varie, ero dunque intenta a sfogliare la mia nuova chicca settimanale, per scoprire i segretucci dei vips, cosa dice Antonella Boralevi con la sua santa franchezza a chiunque le scriva, se quest’inverno sarà trendy andare in giro con i pantaloni alla zuava oppure con i sandali olandesi, quando capito nella pagina dedicata ai “miti” femminili della settimana, fra i quali spicca il nome dell’attuale ministra dell’Istruzione, la sempre amata Mariastella Gelmini.
Il paragrafo elogiava (testuali parole) “il coraggio della ministra [...] che incurante delle molte proteste di professori, alunni e personale va avanti per la sua strada. La determinazione è donna!”. Giusto per vedere che non avessi allucinazioni dovute a indigestione di polpettone casalingo, mi sono riletta il paragrafo di elogi. E poi mi sono chiesta se, nonostante il settimanale sia di proprietà della Mondadori, azienda capitanata da Marina Berlusconi e ci siano probabilmente (ovviamente) delle direttive da seguire, i giornalisti, anzi, le giornaliste, che lavorano in quella redazione non si siano neanche un po’ vergognati, non abbiano neanche un attimo pensato a ciò che scrivevano. Dico, nessuno che abbia un figlio in età scolastica? Nessuno che sappia quanto è frustrante vedere negate certe possibilità al proprio figlio dalle leggi partorite dalla mente di questa signora? Una donna che lascia a casa “87.400 unità per il personale docente (entro l'anno scolastico 2011/2012), e alle 44.500 unità per il personale ausiliario ATA (nel triennio 2009 – 2011)”, per poi assicurare di provare “molta solidarietà” con coloro che hanno perso il lavoro? Un avvocato che parla di severità, rigore, blocco dei diplomifici, quando lei per prima da Milano, dove frequentava giurisprudenza ma non riusciva a passare l’esame, è andata a Reggio Calabria, conosciuto come l’avvocatificio d’Italia, dove chiunque passa l’esame, per poi criticare duramente gli istituti del Sud, che a suo parere “abbassano troppo la qualità dell’istruzione” ?
Però, a quel punto ho pensato che forse la redazione di Donna Moderna è custode di verità a me non pervenute; ho quindi deciso di mandare una mail con chiesto se potevano gentilmente spiegarmi come la signora Gelmini possa aver ragione. E se ce l’ha, magari di rendermi partecipe anche all’oscuro motivo per il quale noi del liceo linguistico siamo costretti a fare francese in 37 e spagnolo in 34, contando che sono le nostre materie di indirizzo, e che senza il mio futuro se ne andrà probabilmente a farsi fottere (parlo del liceo linguistico per esperienze personale, anche se ovviamente tutti gli istituti sono pesantemente penalizzati dalla 133).

Did you ever listen to what we played

Did you ever let in what the world said
Did we get this far just to feel your hate
Did we play to become only pawns in the game
How blind can you be, don't you see
You chose the long road but we'll be waiting

Bye bye beautiful
Bye bye beautiful

Tutti i dati presentati in questo articolo sono verificabili nello “Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze”, mentre le frasi sono pubbliche e basta sentire la radio o guardare un minimo di tv. Il testo è di “Bye Bye Beautiful” dei Nightwish.
 
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