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lunedì 23 maggio 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", VI puntata.

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Di grembiuli, d'indecenti minigonne per bambine di 8 anni e di altre amenità.


Quando mi sono iscritta in prima elementare, insieme alla cartella, al diario, ad astucci e quaderni vari, ci hanno fatto comprare anche il grembiule bianco.
Un ottimo modo per rendere i bambini tutti uguali ed impedirgli di focalizzare l'attenzione su cose vacue come la felpa firmata o i pantaloni alla moda; peccato che poi però c'erano gli zaini, le scarpe, la macchina con cui mamma e papà ti venivano a prendere, la bicicletta, il giocattolo e via discorrendo, a ricordarti la tua precisa collocazione sociale. E meno male direi, perché così ci si fa gli anticorpi per tempo, perché se poi arrivi nel crudele mondo delle medie con l'utopica convinzione che "siamo tutti uguali", finisce che ti scontri, nel modo più crudele possibile (quello delle cattiverie che solo i dodicenni-tredicenni possono dire e fare) con l'amara realtà.
Non siamo tutti uguali e dio ce ne scampi: i bambini hanno mille modi per ricordarselo continuamente l'un l'altro.
"La mia mamma mi ha comprato il camper di Barbie"
"Beh...la mia mi ha comprato la villa con piscina e stalla per il bianco destriero"
"..." silenzio e amarezza.
Insomma, il grembiule è stata una pessima idea, maturata con i migliori intenti, ma comunque pessima. Ogni mattina era uno strazio infilarselo sopra i vestiti, abbottonarlo per bene, controllare di non macchiarlo nel giro di pochi secondi (ma perché poi proprio bianco dico io?!), evitare di soffocare perché il colletto stringeva troppo. E poi anche i grembiuli erano diversi: tutti bianchi si, ma alcuni col colletto di pizzo, altri con le alette inamidate, altri con un ricamino tono su tono a motivi floreali. Altro che tutti uguali!
L'unico effetto che sortivano era quello di far imbufalire chi, come me, si sarebbe vestito volentieri da clown, abbinando in modo assurdo colori sgargianti in grado di provocare lesioni oculari ai malcapitati astanti. Desideravo ardentemente sfoggiare inguardabili felpe gialle con delfini blu sopra, magliette con il mio nome e sotto un gatto, pantaloni della tuta in acetato: il buon gusto non è mai stato il mio pezzo forte. Trovavo mortificante questa omologazione e, se non ero ancora in grado di portare avanti una critica strutturata al concetto di uniformità, provavo lo stesso una repulsione istintiva per quella divisa.
Ma con l'avvento della terza elementare ed il pensionamento dell'odiato grembiule, scoprii che non era affatto il peggiore dei mali: il vero male era la moralizzazione dell'abbigliamento fanciullesco.
Un giorno mia madre decise (che idea insana!) di mandarmi a scuola vestita con un maglioncino a righe stretto, una minigonna di tuta arancione, calze pesanti verdi. Come ormai avrete capito dai miei post precedenti, non ero la tipica bambina composta e tranquilla: arrivata in classe mi misi al posto seduta, come mio solito, un pò stravaccata, gambe rigorosamente aperte.
Il commento della maestra non si fece attendere e gridò alla scostumatezza. Come si faceva a vestire in quel modo una bambina che poi non sapeva comportarsi adeguatamente? La minigonna non era certo un capo di vestiario appropriato ad una classe scolastica! Ora, al di là di specifici casi davvero patologici, mi chiedo chi potrebbe, davanti a una bambina di otto anni in minigonna, per giunta molto "maschiaccio", provare qualcosa di diverso da un moto di divertimento. Potevo essere tenera, buffa, comica, ma di sicuro non provocante o scostumata. A ripensarci oggi mi viene da ridere, ma al tempo avevo preso la questione molto seriamente e non avevo più voluto indossare quella gonna per andare a scuola, pur di evitare un'ulteriore mortificazione.
Per non ricadere nello sconforto post traumatico, aggiungo la postilla "altre amenità" a chiusa di questa "favolosa" puntata di Ho fatto le elementari del libro "Cuore": esempi morali che traumatizzano i bambini.
Alcuni anni fa una mia compagna di scuola e cara amica mi disse che stava allestendo uno spettacolo, con i ragazzi della sua parrocchia, su una beata che aveva sacrificato la sua vita per non abortire il figlio che portava in grembo. Immediatamente mi scattò un flash in mente: quella donna la conoscevo bene e non per le lezioni di catechismo o per qualche informazione casuale pervenutami negli anni: era stata uno degli exempla di virtù presentati dalla mia maestra durante le scuole elementari. Gianna Beretta Molla, una donna non comune, pediatra, madre di tre figli, impegnata profondamente nella vita della comunità cattolica in cui viveva.

Durante la sua quarta gravidanza le riscontrano un fibroma all'utero e, pur sapendo che per evitare l'aborto avrebbe sacrificato la sua vita, decise lo stesso di portarla a termine. Morì pochi giorni dopo il parto, lasciando il marito e i quattro figli.
Ho ancora memoria del giorno in cui la sua vicenda ci venne raccontata dalla maestra e ricordo distintamente quello che, da bambina di seconda o terza elementare, pensai del fatto: era una cosa terribile. Una mamma aveva "abbandonato" deliberatamente i tre bambini che già aveva, li aveva privati della sua presenza in nome di qualcosa che, a me, al momento sfuggiva: una promessa di vita. A posteriori posso anche pensare che questa donna abbia fatto la scelta che in cuor suo riteneva più giusta, ma da qui a renderla un esempio da proporre a bambini che a malapena capiscono il senso della loro di esistenza ce ne passa. L'angoscia mi rimase addosso per giorni al pensiero di quello che potevano aver provato i figli rimasti, al pensiero del rancore che dovevano aver maturato per quella sorellina per la quale erano stati privati della madre. Queste cose mi sono servite, alla fine, per maturare una coscienza critica, per scrivere questo post, per dare il mio contributo di "flash back" alla mia amica ma, diciamocelo, si poteva tranquillamente evitare.

giovedì 5 maggio 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", V puntata

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Si dice che per tenere alta l'attenzione nel corso di un film, di un romanzo o di uno sceneggiato, gli autori debbano, di necessità, inserire scene di nudo, di sesso, d'amore o almeno qualcosa di un pò pruriginoso. Non essendo tanto colta e d'essay da potermi sottrarre a questa dura legge è giunto il momento di raccontare le verità più scabrose di una terza elementare di provincia.
Come potete immaginare i temi amorosi non erano particolarmente apprezzati nella mia scuola, meno che mai dalla mia maestra, che risultava essere una delle più severe assertrici della non promiscuità in classe. Se fosse stato per lei, molto probabilmente, saremmo stati ancora suddivisi rigidamente: maschi da una parte, femmine dall'altra. La castità e la purezza erano valori predicati sottilmente ma in maniera costante, ad incominciare dalla scelta dei "fiori" che dovevano rappresentare, durante le gare di matematica (su questo triste tema tornerò in un altro post), i tre gruppi in cui era suddivisa la classe. Al momento della scelta la priorità era stata data ai gigli (per ovvie ragioni), alle violette (perché timide e pudiche nel loro sbocciare solo nell'ombra) e le rose (in chiave dichiaratamente mariana). Io avevo proposto i girasoli. Mi parevano belli, da piccola li adoravo: grandi, coloratissimi e con tutti quei petali erano un tripudio per gli occhi e per gli amanti del giallo. Ricordo ancora che mi era stato risposto che il girasole era un fiore chiassone e grezzo; non ho mai controllato la definizione di girasole su di un libro di botanica, ma immagino che non troverei nulla del genere. Ma questo era solamente un assaggio, il meglio doveva ancora venire e sarebbe giunto, in terza elementare, al rientro da un'intervallo post mensa, segnando per sempre le coscienze di noi pargoli.
Da bravo maschiaccio avevo trascorso l'intervallo in cortile, probabilmente a cimentarmi nella costruzione di qualche complicata architettura a base di legnetti, e non mi ero accorta che, appena dietro alla siepe che divideva il cortile dal capanno degli attrezzi da giardinaggio, un mio compagno di classe e una mia compagna, al tempo terribili ottenni, si erano scambiati un bacio a stampo sulla bocca.
A me era sfuggito, ma non era sfuggito all'occhio vigile della suora di guardia, che aveva riferito tutto con puntualità alla maestra. Eccoci dunque rientrare in classe al suono della campanella, ci sediamo nei banchi e i due bambini, che chiamerò con nomi fittizi, per una finta pruderie da privacy, Nicodemo e Clotilde, vengono chiamati a fianco della cattedra.
Nel giro di pochi minuti avviene l'irreparabile: smascherati davanti alla classe, pubblicamente sgridati, scherniti dalla componente maschile (sempre pronta ad un bel "che schifo, hai baciato una femmina"), umiliati insomma, Clotilde e Nicodemo scoppiano a piangere. Clotilde in particolare viene mortificata per il suo comportamento sconveniente e stigmatizzata quale novella Maddalena.

Ovviamente ripensandoci oggi tutta la scena mi appare soltanto grottesca, ma al tempo restammo talmente traumatizzati dalla terribile reazione punitiva, da non prendere nemmeno in considerazione l'ipotesi di avvicinarci ad un essere dell'altro sesso prima della maggiore età. Giurin giurello (bisognerà aspettare addirittura le medie per avere i racconti più imbarazzanti sui pomeriggi passati a giocare a una "bottiglia" edulcorata, e adatta a evitare i sensi di colpa da divina punizione, nel cortile della parrocchia).
L'apice però venne raggiunto durante una lezione edificante sulla vita di Maria Goretti.
Ricordo distintamente il modo del tutto positivo, con tinte da poema epico, con il quale ci venne presentata la mesta fine della fanciulla. Piuttosto che cedere alla violenza carnale, la ragazza si era votata alla morte. Il sesso è qualcosa di talmente sporco ed infamante che... piuttosto la morte! Nella mia testolina però qualcosa aveva già fatto cortocircuito rispetto agli insegnamenti inculcati: trovai la fine della povera Maria Goretti alquanto stupida, come avrei trovato terribile e assolutamente egoistico il martirio di Gianna Beretta Molla, ma di questo parlerò nella prossima puntata, tutta dedicata al "come terrorizzare i bambini con virtuosi esempi" e all' "abbigliamento provocante e trasgressivo di una settenne". Stay tuned.

giovedì 21 aprile 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", IV puntata

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Dove la protagonista fa di tutto per ricevere apprezzamento e apprende i primi rudimenti di marketing e auto promozione.

Come già accennato nelle puntate precedenti, la mia maestra non mi gratificava particolarmente: per lei ero una piccola peste ribelle con poca voglia di studiare, e appiccicata quest'etichetta in prima elementare non me la sono tolta di dosso fino alla fine. Nessuna possibilità di redenzione per una Maddalena di terza elementare con un desiderio irrefrenabile di un "brava".
Cercavo di comportarmi bene in classe, di svolgere i compiti, di starmene seduta "a braccia conserte" e attenta alla lezione, ma non cambiava nulla. I miei temi non erano apprezzati, il mio modo di "giocare" con la matematica ritenuto infantile (delle mie capacità manuali abbiamo già parlato) e i miei voli pindarici di fantasia men che meno. Questo mi portava a candidarmi per missioni suicide e compiti ingrati, come quando ho fatto la "dama di compagnia" durante la lunga ricreazione post mensa a due compagne ingessate: un compito orrido quando fuori brilla il sole e tu vorresti solo andare a correre nel cortile mentre ti tocca stare seduta in una stanzetta. Ovviamente non ci si poteva turnare in questo ruolo, eh no! Anche in questo caso il verdetto era definitivo: dama di compagnia fino ad avvenuta guarigione. Accettato, davvero a malincuore, e senza fiatare, ma non è valso a conquistarmi la stima dell'esigente maestra.
Il fondo però ricordo di averlo toccato durante le vacanze di Natale della quarta elementare.
Prima del tanto sospirato ultimo giorno dovevamo infatti scegliere dalla piccola biblioteca di classe un libro da leggere durante la pausa vacanziera. I libri a disposizione non erano quelli che ad oggi si trovano nello scaffale di una quarta elementare: niente "Battello a vapore", niente "Geronimo Stilton", niente libri con fate, streghe e folletti. Per lo più si trattava di vite di sante, libri edificanti e di formazione. Tutti con una triste copertina e quasi nessuna figura. Uno spasso. La cosa ancor più spassosa era che si veniva implicitamente valutati a partire dalla selezione del libro: chi prendeva un libro troppo corto o uno con un titolo "disimpegnato", sempre che così lo si potesse definire, veniva da subito additato come poco volonteroso. Fu così che, preda del sacro fuoco del "voglio essere riconosciuta", presi in prestito "Le mie prigioni". Ricordo con dolore e sofferenza le settimane di lettura. Mi sforzavo di capire, di seguire la vicenda, di appassionarmi, ma nulla. Il libro era triste, deprimente e in un italiano poco comprensibile. Ricordo che i miei mi guardavano straniti e i parenti, dai quali andavo per le festività, mi osservavano, con il libro in mano sulla poltrona del salotto, con aria dubbiosa. Ma una bambina di nove anni a Natale non dovrebbe leggere qualcosa di più distensivo? Evidentemente no, se la sua spinta al pubblico riconoscimento è tanto alta.
Sforzo mal ripagato. Non ricordo nessun trattamento particolare, nessuna differenza sostanziale fra me, che avevo letto il tomo mefitico, e chi si era dedicato ad una scarna sintesi della vita di Maria Goretti.
Ricordo però una grande soddisfazione scolastica di quegli anni: un bel voto ad un tema svolto a casa, menzionato addirittura in classe.
Si trattava di descrivere "Una bella giornata trascorsa con la famiglia". I temi fatti in precedenza erano stati tutti frutto di un'onesta ricostruzione dei fatti oppure di una fantasia non mediata dal gretto calcolo di cosa potesse o meno incontrare i gusti della maestra, ed erano stati un mediocre fiasco. Quella volta decisi di inventare sulla scorta di quella che, a mio sentore, doveva essere una bella giornata per il mio pubblico monocolore. Descrizione di una domenica in campagna con i miei, il nonno, gli animali, mio padre che torna da caccia (dato vero) e prepara gioisamente con mia mamma la lepre appena catturata (dato fasullo). Io che gioco gaiamente con mio fratello (dato fasullo, ci si dava un treno di mazzate a quell'epoca) e poi aiuto i miei genitori in cucina (dato fasullissimo, che più fasullo non si può). Cornice bucolica, sole, brezza e risate. Un successo di pubblico e critica, avevo fatto breccia nel cuore della maestra e a soli otto anni scoperto le regole base del marketing e dell'auto promozione. Forse alla fine una cosa utile, da tanta frustrazione, l'ho imparata: sviluppare l'empatia e usarla per sopravvivere in questo freddo, personalista ed autoreferenziale mondo.

mercoledì 13 aprile 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", III puntata.

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Episodio monografico sui lavoretti natalizi, con breve excursus sui fioretti da colorare.

Un'altra delle iatture del periodo pre natalizio (come di quello pre pasquale) erano i lavoretti natalizi. A partire da metà novembre, un'ora alla settimana era dedicata all'ideazione e realizzazione dei pregevoli manufatti da recare in dono ai genitori in occasione del santo Natale. Nulla di particolarmente sconvolgente in tutto questo, non fosse altro che la mia maestra assolveva questo compito "creativo" con lo stesso entusiasmo con cui una persona si reca a farsi togliere i denti del giudizio: che la cosa sia il più possibile rapida, pulita e precisa. Normalmente il lavoretto era a tematica sacra: piccolo presepe in polistirolo e materiali di riciclo, stella cometa porta candela, angioletto con aureola in porporina. Ovviamente tutto uguale e standardizzato senza possibilità di modifiche creative, nemmeno di piccola portata. Io non ero una bambina particolarmente propensa a dedicarsi ad attività pseudocreative che di creativo non avevano nulla: o si permetteva di dare un "tocco personale" alla mia creazione, o diventavo poco collaborativa. Già alla scuola materna ricordo un piccolo scontro sulla realizzazione di un murales da titolo "La mia casa" nel quale, con una propensione per l'horror vacui, volevo continuare ad aggiungere particolari mentre le maestre mi intimavano di finire colorando semplicemente lo sfondo di blu. Date queste premesse era praticamente impossibile che io riuscissi a compiere il mio dovere artigianale secondo il criterio di bravura della mia maestra. Bisogna poi aggiungere che nei lavori di precisione ero una frana totale: colorare perfettamente nei bordi e senza ripassare, stendere la tempera in modo omogeneo, ritagliare secondo i contorni e non a zig zag, disegnare qualcosa di anche vagamente decente erano capacità delle quali madre natura non mi aveva fornito di default. Il fallimento era dietro l'angolo. Per questa ragione, anno dopo anno, venni affiancata dalla migliore della classe nella realizzazione del mio manufatto di pregio: indi... quasi mai il mio lavoretto era davvero mio. Teoricamente il senso di un lavoretto dovrebbe essere quello di donare ai genitori qualcosa di fatto a mano e con il cuore dall'alunno. Nulla di più lontano dal vero. La mia stella portacandela aveva i bordi decorati dalla maestra, il mio presepe madonna, bambinello e san Giuseppe incollati dalla migliore della classe, lasciamo perdere la lunga sequela di galline pasquali. Tutto doveva essere bello, ordinato e standardizzato. Abbandonando per un istante la struggente amarezza di questo flash back vorrei soffermarmi su un'ulteriore pratica rituale, questa volta pre pasquale: il rito dei fioretti da colorare alla madonna.
All'inizio della quaresima venivamo tutti dotati di un pieghevole sul quale erano stampati dei fiori, grandi, medi e piccoli, da colorare. Ogni fiore era un fioretto alla madonna: non mangiare le caramelle per una settimana era un fiore grosso, non vedere la televisione un giorno un fiore piccolo. Ovviamente nessuno poteva farsi garante dell'onestà della colorazione dei vegetali, ma esisteva un sistema di fiducia che faceva si che i fiori colorati dalle bambine "brave" fossero sicuramente veritieri e quelli delle bambine meno brave fasulli. Se coloravo un fiore grosso mi si chiedeva subito e con sospetto a che cosa corrispondesse. Il più della volta non veniva considerato un fioretto valido, anche se rare volte ricevevo l'assenso, se si trattava di un fiorellino piccino picciò.
La domanda di fondo però non è "ma perché tanta mancanza di fiducia?" bensì "quale forma di sadismo porta una persona ad imporre a dei bambini delle elementari rinunce autoreferenziali? Che beneficio viene al mondo se un bimbo non mangia le caramelle per una settimana?". Alla base di questa pedagogia stava non tanto l'educazione per convincimento degli alunni, ma il desiderio spasmodico di accettazione e stima per ottenere la quale si sarebbe fatto di tutto, davvero di tutto. Essendo io un caso patologico sono arrivata a fare cose impensate, davvero stravaganti per una bambina di quarta elementare. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

martedì 5 aprile 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore", II puntata

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"Io volevo solo fare la madonna".

Verso fine ottobre, in una mattinata qualsiasi, nella mia classe come nelle altre della scuola, si assisteva al rito della distribuzione delle parti per la recita natalizia. Ovviamente la scelta veniva effettuata in modo univoco ed indiscutibile dalla maestra, la quale procedeva nel casting basandosi sul criterio del merito scolastico e della "bontà" del bambino in questione. La pièce, di altissimo spessore artistico, era una sorta di trilogia: annunciazione-scenette morali edificanti-natività. Inutile sottolineare come il ruolo principe fosse quello della Madonna: la Madonna era la star, restava sulla scena per tutto lo spettacolo, bella nel suo vestitino celeste col velo candido, attorniata da uno stuolo di comprimari pastori, angioletti e devoti. Per l'occasione la fortunata bimba poteva aspirare anche ad un velo di trucco prima della recita. Tutti gli occhi sarebbero stati puntati su di lei.
Io ero una narcisista con una marcata vena istrionica e volevo con tutto il mio cuore essere la Madonna. Chiaramente, data la mia condotta non esemplare, il mio spirito per nulla remissivo, la mia resa scolastica mediocre non potevo aspirare a tanto. Mi ero rassegnata ad una parte minore, una parte qualsiasi che meritasse il mio impegno di attrice consumata, e invece, con inaudito sadismo, la maestra mi scelse per ben tre anni di fila come "presentatrice". In che cosa consisteva questo ruolo? Dovevo entrare in scena e presentare, con una breve frase, le varie parti dello spettacolo. Una noia infernale. Nessun costume di scena. Nessun ruolo in cui immedesimarsi. Mentre gli altri si preparavano dietro le quinte io me ne restavo la stessa Caterina di sempre. Quando al casting della quarta elementare, per l'ennesima volta, mi venne affidato l'odioso ruolo di presentatrice, mi colse lo sconforto più totale. Data la rara inutilità del mio personaggio, durante le prove me ne stavo seduta su una panchetta a guardare gli altri che recitavano le battute e si muovevano sulla scena.
"Ti saluto, o piena di grazia, il signore è con te. Ti annuncio una grande gioia...". Stavo seduta e ascoltavo tutto, vittima di un'invidia corrosiva che probabilmente ha gettato le basi per la mia gastrite. Il giorno prima della recita avvenne l'imponderabile: la Madonna era caduta ammalata, vittima di un'influenza che la teneva a letto con più di 38 di febbre.
Dramma: la maestra, vittima della sua stessa decisione di riconfermare per più anni di seguito la stessa bambina nel ruolo di Madonna, non sapeva letteralmente a che santo votarsi per salvare lo spettacolo. Fu il mio momento. Dotata da sempre di una memoria uditiva discreta sapevo tutte le battute (non solo della Madonna, ma anche dell'Arcangelo Gabriele, di San Giuseppe e, per sicurezza pure di qualche pastore) ed ero in grado di sostituire la prima donna.
A malincuore la maestra si vide costretta a darmi la parte e per le prove generali fui al centro della scena. Nella mia mente era come aver raggiunto il palcoscenico di una prima della Scala.
Nel pomeriggio mia mamma si munì di pazienza e si procurò un vestitino azzurro e un piccolo velo: avevo il mio costume. La mattina dopo la classe era tutta un fermento per la recita del primo pomeriggio. Ricordo che andai a mangiare in mensa tutta eccitata per l'imminente evento.
Ora potete immaginare la mia delusione quando vidi comparire dopo pranzo la prima Ma-donna febbricitante, accompagnata dalla mamma, tutta rossa in faccia ma in piedi e vestita di tutto punto. Era venuta a riprendersi la sua parte e io me ne tornavo a fare la presentatrice.
I giorni seguenti in classe ci furono parecchie assenze per influenza (dagli all'untore!) e una bambina dai sogni infranti, che ci mise qualche settimana per riprendersi dalla delusione. L'unica cosa che ho imparato dalle recite di natale è stata l'amara lezione del non farsi illusioni.
Nella prossima puntata: i lavoretti da portare ai genitori, ovvero quando un'attività creativa diventa una gara al manufatto artigianale di pregio.

mercoledì 23 marzo 2011

Ho fatto le elementari del libro "Cuore"

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O anche di come la pedagogia non sia una scienza esatta e la Montessori sia passata inosservata per decenni in alcune enclave del piccolo ducato.

Quando ancora frequentavo le lezioni universitarie per la laurea specialistica (oh mio dio come sono vecchia!) ho seguito per alcuni mesi un corso di "Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza", il massimo che il mio piano di studi offrisse, a livello di materia pedagogica, nell'offerta formativa per una futura italianista. Durante il corso ci sono state illustrate una serie di teorie volte a rendere i bambini e i ragazzi appassionati lettori, per insegnare divertendo e stimolando le loro menti e senza mortificarli o farli entrare troppo presto nel duro sistema che regge le sorti del mondo adulto. Tutte cose apprezzabilissime e sulla cui sacrosanta verità io non avrei messo becco se il professore non si fosse accanito nel sostenere che, seguendo metodologie differenti, si sarebbe andati incontro ad un sicuro fallimento pedagogico e successivo naufragio della carriera scolastica dei giovani virgulti. Perché mi sono sentita così tanto chiamata in causa da mettere a dura prova il mio self-control per evitare di venire massacrata all'esame? Perché io ho fatto le elementari del libro "Cuore".
Nessun metodo di "approccio lento" alla didattica, nessuna gradualità fra il disegno e il gioco e i primi rudimenti di scrittura. Fin dai primi giorni mi sono ritrovata alla lavagna a fare "le aste". Alcuni di voi non sapranno nemmeno in che cosa consista questa barbara pratica e dunque vado a spiegare, novella etologa o storica della contemporaneità. Il lavoro consisteva nel ripetere all'infinito sul foglio di un quaderno, oppure alla lavagna appunto, una serie di aste: l'equivalente dello slash oppure di un manico d'ombrello. Variava di volta in volta. Aste, su aste, su aste. Il piano pedagogico prevedeva l'uso iniziale della matita per poi passare alla biro (omologata e rigorosamente Pilot blu punta fine, marca che mai più in vita mia ho comprato per una sorta di rifiuto post traumatico). I bambini più bravi passavano per primi alla biro, i più somari dopo, i casi umani, come la sottoscritta, ci sono arrivati per ultimi dopo mesi e una discreta umiliazione. "No, tu continua a matita" detto davanti a tutti è frustrante, soprattutto quando stai ricopiando per la milionesima volta delle aste. Poi è stata la volta dei timbri. Uno dirà "belli i timbri, si possono colorare!": si, in parte vero, ma il timbro della lettera A-B-C-Q-F o dir si voglia, posizionato in cima alla pagina del quaderno in posizione centralissima, prevedeva poi l'estenuante copiatura di una parola che avesse come iniziale la lettera incriminata. In rosso la lettera iniziale, in blu le seguenti. Ape Ape Ape Ape Ape. In bella grafia, non basta che si capisca, e senza sbordacci. Io non ero una brava bambina. Diciamo che non ero satana, ma nemmeno tanto incline allo stare cinque ore a scuola e men che meno ad abbracciare la disciplina a me imposta dalla maestra (rigorosamente unica). Trovavo stupido ripetere allo sfinimento i nomi dei disegni appesi alle pareti con la lettera corrispondente all'iniziale del nome. "A...albero! Bene. B...barca! Bene. C...casa! Benissimo. G...Micio! No! Ma come ti viene in mente?". Sapevo benissimo che G stava per gatto, ma era umiliante, omologante, frustrante proseguire all'infinito il giochino, senza mai uno stimolo differente, qualcosa che potesse far emergere un pochino di quello che ci piaceva all'interno dei muri della classe. Ricordo distintamente che in classe non c'era nulla che mi piacesse. Amavo l'abaco, ma stava sempre chiuso nell'armadio, lontano dalle mani che potevano eventualmente giocarci nelle pause. Amavo i miei regoli, che dovevano però stare sempre ben chiusi nella scatola sotto al banco. Ero una bambina che adorava la televisione e quella che l'aula aveva in dotazione per i filmati educativi stava sempre coperta da un telo. "Niente film" era il dictat. A differenza di quanto avveniva in altre classi di miei coetanei. Noi fermi, "braccia conserte", come diceva la maestra. Dubito che oggi, se si dicesse a un bambino di prima elementare "Stai con le braccia conserte", capirebbe quello che gli si sta chiedendo. Ed è giusto così. Ma io vivevo nel libro Cuore. Matita rossa e blu per le correzioni, nessun atteggiamento materno, lo stimolo (o supposto tale) della prima della classe che veniva sempre presa ad esempio e lodata pubblicamente, il banco della vergogna di fianco alla cattedra. Insomma, ho le mie buone ragioni per dire che i concetti impartiti durante le lezioni universitarie erano quantomeno relativi se sono poi finita a fare un dottorato? Ho già accennato al fatto che la mia scuola era una scuola cattolica? No? Mi è in qualche modo servito? Beh...nelle prossime puntate, se avrete la pazienza di leggermi, magari avrò modo di parlarne.

 
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