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mercoledì 8 giugno 2011

Referendum 12-13 giugno, ovvero di cose serie.

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Diario semiserio di una quasi-politica

Del referendum...
Sono settimane che lavoro sul referendum: riunioni, volantinaggi, iniziative, banchetti. Con inaspettato senso civico le persone sembrano essersi risvegliate dal loro consueto torpore e partecipano con entusiasmo, creando ulteriori eventi e stimolando l'attività dei partiti e dei comitati promotori delle votazioni. Non riesco più nemmeno a fare il conto dei ragazzi che, da fuori sede, mi hanno chiesto come fare per votare e si sono fatti iscrivere negli elenchi dei rappresentanti di lista facendosi spedire da casa la tessera elettorale. Ho spiegato la procedura fino allo sfinimento, ma è stata una grande soddisfazione, così com'è una grande soddisfazione quando sono le persone a venire a chiedere brochure e volantini ai banchetti e non tu ad inseguirli vedendoli sgusciare via come si fugge da un lebbroso. E la campagna continua sul web, perché la tv ed i giornali ne parlano poco, troppo poco, dando spesso informazioni errate. La gente però questa volta non si fa fregare: la posta in gioco è troppo alta e non si tratta, come spesso accade di cose che sono sentite come lontane ed appartenenti a sfere dell'esistenza che non ci riguardano. Ci sono però dei casi limite che forniscono tutti i giorni uno spunto d'inattesa ilarità per il volantinatore coatto. E dato che la sottoscritta fa del riso la sua bandiera, perché non condividere questo amaro buon umore con voi?
Sabato pomeriggio, centro città, banchetto per i 4 Si al referendum. Sono in piedi ormai da due ore e la stanchezza alle gambe si fa sentire. Non mi annoio, ma vorrei allontanarmi per andare a strafogarmi di jogurt gelato con la frutta: l'impresa è ardua perché il banchetto è molto frequentato e non ci sono "momenti di fiacca" di cui approfittare per darsi alla macchia. A pochi centimetri di distanza stazionano altri tre ragazzi, promoter di una piscina, con cui ci vediamo ormai da diversi sabati. Ad un certo punto la ragazza più giovane mi si avvicina.
"Hai un momento?"
"Certo" le rispondo. "Vorrei farti una domanda sul referendum, visto che mi sembri dentro le cose" (Beh...direi...sono qui a far radici da un pò...). "Dunque... mi chiedevo... ma perché voi siete contro il nucleare? Insomma, la bolletta scenderebbe e la mia bolletta è molto cara. In un periodo in cui va male per tutti non sarebbe meglio pensare ad abbassare i costi per le famiglie?" Inquadro il soggetto: ragazza che non s'interessa di nessuna tematica legata all'interesse comune, attenta se mai solo al suo orticello. Tento l'approccio tecnico spiegandole che la realizzazione delle centrali costa e che prima che il costo di realizzazione sia ammortizzato le bollette non scenderanno di sicuro. Le spiego che anche la gestione ha un costo, soprattutto per un paese che dovrebbe comunque importare materie prime dall'estero e che non ha le forze necessarie per lo smaltimento dei residui in sicurezza (e che dunque anche qui ricorrerebbe all'aiuto di un paese estero che, giustamente, non si beccherebbe le scorie a gratis). Le spiego che ci sono molte altre fonti energetiche rinnovabili in grado, in un paese ricco di sole come il nostro, ad esempio, o di siti utili per il geotermico, di far fronte alle nostre esigenze senza con questo ricorrere a strumenti il cui controllo e manutenzione sono onerosi e, avanzo la supposizione, non del tutto sicuri in un'Italia, si sa, spesso dedita al "ma si...finché la barca va, lasciala andare...". Annuisce ma continua imperterrita a sostenere che la sua bolletta è troppo alta e che "così non va", meglio provare la strada del nucleare. Votare non serve, sostiene, tanto poi i "politici" fanno comunque quello che vogliono. Tento di spiegarle che non è proprio così. Che se c'è un'espressione di volontà popolare questa è vincolante e che, ad esempio, non è che abbiamo la Repubblica e non la monarchia in base all'aria che tira o al politico di turno. Non mi segue, lo vedo chiaramente. Tento il tutto per tutto con la carta "politico che si rivolge alle pance della gente" e la butto sull'emotivo: "Ma insomma...tu la vorresti una centrale qui a Parma?" . Mi guarda con due occhi enormi e scuote la testa "Ma no, assolutamente! Ma avevano detto che la facevano a Modena!!!". A quel punto scuoto io la testa. Non ho altre carte. Non voglio nemmeno provare a chiederle se sa che, se succedesse qualcosa alla centrale "a Modena" moriremmo tutti nel giro di poco, molto poco. Non le chiedo nemmeno se non pensa che sia semplicistico far venire un accidente ai vicini di casa pur di avere qualche euro in meno in bolletta. Non le chiedo nemmeno se le sembra sensato piazzare una centrale, che in tutti gli altri paesi viene collocata in aree di rapida e facile evacuazione, nella zona più popolosa e fittamente urbanizzata d'Italia. Non le chiedo nulla, perché sarebbe una battaglia persa e sto perdendo tempo. Torno a dare via i miei volantini ridendo di un riso amaro. 57 chilometri, per qualcuno, fanno la differenza.
INFORMIAMO, DIFFONDIAMO, DISCUTIAMO, come fra l'altro ha già fatto, in modo preciso e puntuale, Scimmia Gialla su queste pagine. Perché di questo qualunquismo l'Italia non ha bisogno.

lunedì 2 maggio 2011

Io contro natura? Tu controsenso - Omosessuali e omofobici nell'Italia dello scontento

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«La vita sessuale degli altri mi ha fatto sempre vergognare
della mia: il male è dunque tutto dalla mia parte? »

Pier Paolo Pasolini (1922-1975),
uno dei maggiori intellettuali italiani
del secolo scorso,omosessuale.




Partendo dal principio. Che cosa significa “omofobia”? Mi fa sorridere una nota rinvenuta su Facebook che titola “Omofobia??? Mi dispiace ma nel mio dizionario questa parola non esiste”; in effetti, nei dizionari che ho a casa, questa parola non compare. Ciononostante, il suo significato mi è tutt’altro che oscuro.
Si parla di omofobia quando si vuole indicare l’atteggiamento di irrazionale avversione espresso ai danni di persone omosessuali o dell’omosessualità in generale. Il suffisso fobia, tipico delle patologie, non deve però trarre in inganno: il termine omofobia non viene usato con un’accezione clinica, quanto piuttosto in un senso più generico, un po’ come per “xenofobia”.
Sull’uso del termine, sui suoi omologhi (“pregiudizio sessuale”,“omoerotofobia” ed altri) si sono concentrati molti studiosi. Ciò che emerge dai diversi punti di vista è (in brevissimo) che l’omofobia coinvolge più spesso il sentimento di disapprovazione legato alla morale personale – con la possibilità di sfociare in aperto “disgusto”, nei casi peggiori – piuttosto che non quello della paura vera e propria. L’intolleranza nei confronti dell’omosessuale è legata spesso al timore di chi omosessuale non è, di sembrarlo ed è provato come essa sia sentita più frequentemente da uomini (spaventati all’idea di essere considerati “effeminati”) che da donne (il cui rischio, opposto, è quello di venir etichettate come “maschiacci”); come la “questione di genere” ci insegna, il sesso debole è quello femminile ed è per questo che i maschi possono sentirsi a disagio (per usare un eufemismo) nel sentirsi in tal modo etichettati (o etichettabili).
E in Italia? Esiste l’omofobia? Qual è l’atteggiamento degli italiani di fronte a persone LGBT? Vorrei potermi sentire più sicura nel dire che il nostro paese ben accoglie gli orientamenti sessuali non strettamente etero, ma purtroppo non è così. Certo, l’Italia soffre di omofobia meno di altri paesi (Romania, ad esempio: stando ad un report dell’Istituto Danese per i Diritti Umani, questo paese al 2008 era quello con la percentuale più alta di percezione di disagio rispetto all’avere un vicino di casa omosessuale) ma è comunque al di sotto dei livelli di accettazione medi dell’UE. L’influenza della Chiesa Cattolica, in tal senso non ci aiuta: il Vaticano mostra da sempre grandi difficoltà nell’affrontare il tema dell’unione di uomini e donne gay. Benedetto XVI nel suo libro “Luce del mondo” (2010) ricorda l’importanza del rispetto nei confronti di queste persone ma ribadisce, al tempo stesso, come l’omosessualità sia contro natura e mai giusta. A rincarare la dose (casomai servisse) ci pensa il cardinal Bertone, segretario di stato Vaticano, che in un intervento in Cile provò a spiegare la questione della pedofilia (tema che lo scorso anno risultò particolarmente infuocato a causa delle denunce che coinvolsero numerosi sacerdoti) escludendo che questa potesse essere legata al celibato cui i preti cattolici fanno voto, quanto più probabilmente connessa con l’omosessualità. O ancora, Monsignor Rigon, vicario della diocesi di Genova, che lo scorso febbraio ha dichiarato che l’omosessualità si può curare con la psicoterapia (se “presa” in tempo), poiché essa non è altro che una patologia indotta (non si nasce infatti omosessuali, a meno che non siano coinvolte delle “disfunzioni ormonali o fisiche” – questa la sua opinione). Tutto ciò ricorda molto Povia. Già.
Se rivolgiamo lo sguardo alla politica del nostro paese, non occorre andare troppo indietro nel tempo per accorgersi che anche in questo campo c’è qualche problema riguardo quest’argomento.
Aprile 2011. Con ordine.
4 aprile.
Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale per le Ricerche (CNR), nonché docente di Storia del cristianesimo e della Chiesa presso la privata Università Europea di Roma e fervente membro del Pdl, afferma a Radio Maria che la caduta di Roma imperiale fu dovuta al “contagio” dei pochi omosessuali cartaginesi; costoro sono definiti da De Mattei come “invertiti” la cui “abominevole presenza infettò un bel po’ di gente”. Cita Salviano di Marsiglia, ma poco importa. Lo cita non per confutarlo, ma per perorarne le tesi.
In altre occasioni lo stesso De Mattei si era scagliato contro il femminismo, ritenendolo responsabile dell’avvento dell’omosessualismo, dell’androginia e dell’ermafroditismo. Un climax ascendente, che trovava il suo apex nelle seguenti parole: “ L’Europa è un inesorabile ermafrodito”. De Mattei è, per intenderci, colui che ha definito lo tsunami giapponese dello scorso 11 marzo una “voce terribile ma paterna della bontà di dio”.
16 aprile.
Roma, convegno dei nuovi organismi di sostegno del Pdl (organizza Michela Vittoria Brambilla). Durante lo speech del nostro premier, un adulatore gli grida “sei bello”, offrendogli su di un piatto d’argento la possibilità di snocciolare l’ennesima testosteronica battuta: sostenendo che costui che ha urlato ha dato voce al suo 25% di omosessualità (quarto che tutti noi possediamo, ipse dixit) Berlusconi rassicura la platea sul fatto che il suo personale 25% è lesbico (un approfondito esame l’ha confermato). Scroscio di applausi.
Rewind. Novembre scorso (mentre altri ricordavano il 35simo della morte di Pasolini): al salone del ciclo e motociclo di Milano, Berlusconi dichiara che è “meglio essere appassionati di belle ragazze che gay”. L’effetto “applauso smodato” arriva con un po’ di ritardo, questa volta. A difendere poi il premier dalle critiche che gli sono piovute addosso dopo questa uscita ci pensa Vittorio Sgarbi, il quale dichiara a Libero che la frase del premier “non è offensiva” e che “nel mondo mussulmano, ebraico e cristiano, l’omosessualità non è una virtù”. Guzzanti (Paolo, uscito dal Pdl nel 2009) dice che la frase di Berlusconi è un messaggio preciso ai suoi elettori, parafrasandolo in “meglio puttaniere che frocio”.
20 aprile.
Il deputato del PD, Paola Concia, dichiaratamente omosessuale, viene aggredito fuori da Montecitorio mentre si reca alla macchina con la sua compagna. Le viene urlato contro “lesbica di merda, vi dovevano bruciare nei forni”. Molti esponenti politici hanno espresso solidarietà alla Concia e alla sua compagna e condannato l’accaduto. Berlusconi abest.
23 aprile.
Carlo Giovanardi, sottosegretario alla famiglia, protesta contro la pubblicità dell’Ikea che mostrando l’immagine di due uomini mano nella mano, lancia lo slogan “siamo aperti a tutte le famiglie”. Bufera. Secondo il sottosegretario, la parola famiglia in quel contesto sarebbe del tutto fuori luogo, o meglio incostituzionale. L’unione sancita dal matrimonio (tra uomo e donna, quindi) e garantita dalla Costituzione Italiana all’articolo 29, andrebbe difesa dall’operato di certe lobby che parrebbero (si salvi chi può!) volerla parificare a qualsiasi altra forma di convivenza.
Lo stesso Giovanardi avrebbe espresso vicinanza al deputato Concia per l’accaduto citato al punto precedente, sollecitando una riflessione sulla violenza “che riempie la cronaca di efferati delitti” e va a colpire “soprattutto le donne, sia nei rapporti etero che in quelli omosessuali”; a suo parere è quindi arrivato il momento di affrontare l’ “oscuro demone che fa vedere negli altri non persone da rispettare nella loro dignita' ed autonomia, ma oggetti da poter impunemente offendere”. Non si possono che condividere, certe parole; il rammarico è semmai relativo al fatto che un pensiero simile non sia sorretto da un’altrettanto lodevole comportamento e capacità di relazione. Sbaglio o era stato proprio Giovanardi a sostenere che nei paesi che concedono l’adozione anche alle coppie gay si è ingenerata una vera a propria ‘compravendita’ di bambini? Eccolo qua il suo rispetto della dignità e dell’autonomia.
E questo era il mese di aprile. Tra gli archivi del passato, troviamo altri interventi offensivi, tra cui quello del deputato Pdl Giancarlo Lehner che ironizzava sul sostegno dei cittadini gay agli operai della FIAT lo scorso gennaio (i gay sarebbero dalla parte degli operai, ma quale? Davanti, di dietro o di lato?) o quello del consigliere della provincia di Padova, il leghista Pietro Giovannoni, che definì gli omosessuali maschi come “culattoni” mentre in aula si discuteva della mozione contro l’ omofobia (l’uso del termine poc’anzi virgolettato è peraltro inflazionato tra i membri del Carroccio: prima del consigliere provinciale già Gentilini e Bossi lo avevano utilizzato in pubblico): quando gli è stato fatto notare che il termine che aveva usato non era ammissibile, la sua scusante è stata quella del “io parlo spesso a braccio, e negli interventi me piase dir qualche parola in veneto, ecco”. Già, peccato però che non eri alla sagra della bondola a parlare di pan e sopressa (massimo rispetto alla sagra in questione, comunque).


Volendo analizzare l’escalation di questo mese ormai giunto alla fine si può rilevare come, laddove non si possa parlare di omofobia in stretto senso discriminatorio-ingiurioso (aggressione ai danni della Concia), è il caso allora di parlare di becera mancanza di rispetto (Berlusconi), di mentalità retrograda, tendenzialmente omofoba su un piano però pregiudiziale (De Mattei) e incapacità di svolgere il proprio ruolo istituzionale sostituendolo piuttosto con ampia capacità di perdersi in questioni insussistenti, sintetizzabile in ipocrisia (Giovanardi).
Che dire? Il clericalismo di De Mattei ormai turba i sogni di molti (gli stessi molti – compresa la sottoscritta – che vorrebbero le sue dimissioni da vicepresidente del CNR domattina sulla scrivania di Maiani, l’attuale presidente) e le sue ultime perle sulla caduta di Roma fanno ridere - se non piangere. Forse quando al catechismo insegnavano che è importante amare il Prossimo lui era a casa con la febbre.
Berlusconi continua imperterrito a fomentare questo clima da “buttiamola in vacca” (perdonate il francesismo, ma volevo mantenere il livello di spontaneità cui costui ci sta abituando) e “scherziamoci sopra”, ben felice di sentire i suoi sostenitori sgomitare e spellarsi le mani nel mostrare il loro pieno apprezzamento verso cotale umorismo. Nei casi sopracitati, s’è visto come nemmeno gli omosessuali vengano risparmiati dalle sue continue frecciate. Si sa che quando tra perbenisti si parla di persone LGBT, non si pensa mai all’Amore, ma sempre al sesso; e quando ciò diventa argomento di conversazione, beh, Berlusconi sfodera il suo peggio (temo non la smetterà mai di ribadire che lui è uno che lo mette e non uno che lo prende).
Giovanardi mostra di avere molto tempo libero da dedicare ai dettagli inutili invece di dedicarsi alle mansioni per cui è stato nominato sottosegretario. La sua crociata per la difesa dell’articolo 29 della Costituzione (ovvero “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.”) ha mostrato qualche falla nel momento in cui s’è scagliato contro l’Ikea per quella pubblicità. A nulla è valso l’intervento del responsabile delle relazioni esterne per l’Italia della multinazionale svedese, Valerio Di Bussolo, che molto serenamente ha risposto alla critica di Giovanardi spiegando che quella indicata all’articolo 29 è una tipologia di famiglia (quella di due persone sposate), mentre loro intendevano rivolgersi alle molte altre realtà familiari che attualmente esistono (famiglie formate dai nonni, coppie di fatto, eccetera). Si tratta di uno spot, per l’amor di dio! Discutiamo piuttosto delle pubblicità televisive che mostrano genitori tremendamente ansiosi di avere figli solo per avere la scusa buona per potersi comprare l’ultima station wagon vomitata sul mercato!

L’episodio che ha visto coinvolta la Concia è indice del livello di barbarie in cui una fetta di Italia sta ricadendo. L’aspetto più agghiacciante dell’accaduto è che lei non stava facendo nulla di male, semplicemente stava andando a prendere la macchina per andare ad un concerto. La cosa più normale del mondo, poi arriva un troglodita ed inizia ad insultare lei e la compagna, colpevoli di essere lì mano nella mano (come i protagonisti dello spot Ikea contro cui s'è scagliato Giovanardi). L’aggressione da verbale stava diventando fisica, ha raccontato il deputato, ma fortunatamente poi ciò non si è verificato. C’è da dire che mentre si verificava quest’aggressione alcune persone si trovavano nei paraggi ed hanno assistito alla scena, tuttavia senza intervenire, anzi (peggio e ancora più incomprensibile) rimproverando alla Concia un certo atteggiamento. Speriamo solo che lei (già fattasi promotrice nel 2009 di un testo di legge sull’Omofobia – poi bocciato su pregiudiziale di incostituzionalità – che prevedeva l’aggiunta, tra le aggravanti dell’articolo 61 del codice penale, di quella per l’orientamento sessuale), che lei, insomma, non smetta di battersi per i diritti delle persone LGBT perché fatti del genere accadono spesso (solo, non vengono sistematicamente denunciati) e c’è il rischio - come altri hanno osservato a pochi giorni dall’accaduto - che la partecipazione (già scarsa) a tali iniziative di supporto vada riducendosi ulteriormente, se non morendo (nel caso più estremo).
Segnalo, a proposito di partecipazione, la giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia il prossimo 17 MAGGIO, per chi fosse interessato.

E per una boccata d’aria, almeno alla fine, ritorno con Pasolini.
Di seguito, una sua intervista ad Ungaretti estratta da “Comizi d’amore” (1963-64), un documentario-film inchiesta in cui vengono investigate le opinioni degli italiani in merito all’amore e alla sessualità. Operai, studenti, contadini, persone comuni ma anche personaggi noti vengono da lui (che pure dirige) interpellati. E questo è il contributo di Ungaretti, il poeta. Le riflessioni in merito a ciò che viene detto le lascio a voi.

lunedì 21 marzo 2011

Se non ora quando #150

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Negli ultimi giorni di festività Torino è stata piena di pioggia. Come accade spesso da queste parti, appena la festa ha voltato l'angolo la pioggia ha smesso di cadere regalandoci persino il sole. Ciò che mi resterà nel cuore della serata del 16, chiamata dalle autorità notte tricolore, per cui le strade del centro sono state intasate da una massa enorme di gente di vario tipo dal volto comunque super-felice, sarà soprattutto quel ragazzo che vende gingilli davanti a Palazzo Nuovo, riconvertito per l'occasione in venditore di tricolori, come del resto tutti i suoi colleghi del centro, paradossi che camminano ma alla fine neanche più di tanto. Ha preso più pioggia in testa lui di tutti quelli che si sono accalcati davanti al palco di Piazza Vittorio messi insieme. Si è preso anche le male parole della gente stronza e della gente in-felice a cui cercava di rifilare una bandiera del loro paese - senza fare una piega.
Per coloro che hanno avuto la fortuna di non assistere alla diretta su raiuno con baudo e vespa ad un certo punto della serata è stata accesa di un triplo neon tricolore la Mole Antonelliana, generando un boato notevole - lo dico io che c'ero - da parte di tutti coloro che stavano lì sotto, con gli ombrelli inclinati, ad aspettare quel momento. Vedere la diretta di un evento pubblico torinese su raiuno dopo essere tornati dalla calca piovosa del centro storico significa scrollarsi di dosso l'acqua ormai infiltratasi ovunque e poi ammettere che si vede molto meglio in televisione, affermazione che precede generalmente lo spegnimento dell'arnese. Anche perchè se uno vede un evento simile presentato da quei due non è che ne possa fare a meno, di disprezzare tutto l'insieme. Perché la festa fosse coerente doveva esserci una nota di sdegno. Di qui l'affezione tipica della nostra comune nazionalità, per cui uno è patriota se dice di sognare un'Italia migliore, mentre gli altri hanno optato per non sognare niente. A parte l'espatrio, ovviamente.
In questa città non ci sono mai stati dubbi sul fare la festa o meno. Gli animi erano pervasi da uno spirito di Se Non Ora Quando, nel senso che si possono avanzare dubbi su quanto il paese sia degno di festeggiamenti - vd. dibattiti televisivi antirisorgimentalisti versus storici cazzuti - come del resto se ne possono avanzare su qualsiasi cosa, ma alla fine nessuno è proprio sicuro che ci sarà, al bicentenario. Immagino che ci sia un sacco di gente pentita di non aver mai festeggiato le nozze di carta, ecco. Nelle ultime due settimane persino la riottosa via Po è stata riverniciata di fresco. Sembra un'inezia, intanto certe cose aiutano a sentire la festa. Ho avvistato tra tanta gente qualcuno che conoscevo e non vedevo da anni - ma senza salutare nessuno - davanti ai negozi chiusi moltissime bancarelle e i bar storici - uno su tutti, Fiorio - rigorosamente aperti. Nel tentativo di ripararmi dalla pioggia ho anche scoperto una bella libreria, aperta fino a sera tardi.
Avanzando a spallate tra la gente si trova un ambiente adatto a riflessioni su quanto le patrie esistano al di fuori dell'anima del singolo. Le conclusioni a cui si giunge possono essere influenzate da quello che ti capita sul momento, se uno ti pesta i piedi o se una signora con gli occhiali si abbassa per aiutarti a recuperare l'ombrello. Ma anche se finisci in una pozzanghera e non hai che te stesso da biasimare.

venerdì 18 marzo 2011

Dietrismi nucleari

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C’è una fastidiosa quanto necessaria tendenza che sta penetrando i cervelli degli Italiani. Coloro che ne sono sprovvisti non rientrano in questa mia analisi, quindi VOI che leggete siete inclusi.

Dicesi:

Abituati all’arte del “fatta la legge, trovato l’inganno”, assuefatti alle notizie di truffe inimmaginabili (a proposito: vi ricordate quei medici che spacciavano per vivi i propri clienti deceduti pur di ottenere più soldi?), entrati a contatto con l’abilità del “passare avanti” sin dalla più tenera età (il direttore dell’asilo era amico dei miei...) siamo diventati i contorsionisti dei collegamenti contorti, gli equilibristi tra i fattacci più biechi, mostri paranoici che si nutrono delle situazioni grigie. (senza offesa eh)

Se chi scrive è affetta in modo quasi patologico da quest’ansia di venire fregata (specialmente dai politici e dalle pubblicità), tanto da cedere talvolta a inconsistenti cospirazionismi, c’è da ammettere che un po’ di sano scetticismo non guasta. Nella giungla, è meglio avere i denti.
Ora. Non so se i miei neuroni abbiano cominciato a produrre sinapsi a caso (se metti insieme politica e pubblicità, arrivederci), ma c’è qualcosa di molto losco in tutta la questione del nucleare.

Sarò anche “macabra”, come direbbe la Prestigiacomo, a scrivere di nucleare in questi giorni di terrore per il Giappone, ma non si può non pensarci. E’ come se a tuo cugino cadesse in testa un elefante e non ti potessi arrabbiare con chi trasporta gli elefanti con le mongolfiere (ehm… similitudini migliori prego?)

Perché il Governo sostiene così tanto il “Ritorno al Nucleare”? Perché nel momento in cui tutti abbassano le orecchiette e fanno marcia indietro l’Italia (o chi per essa) continua a sbandierare la propria testardaggine?
In effetti, coerenti nel loro piccolo lo sono: con un simpatico decreto legge datato 3 marzo hanno annullato gli incentivi al fotovoltaico a partire da giugno. In realtà, oltre ad annullarli, hanno previsto dei “nuovi” incentivi, e rinviato la quantificazione a fine aprile.
In pratica, però, una cosa del genere equivale ad annullarli, in primo luogo perché si presume che i “nuovi” incentivi siano minori (da una nota ufficiale di Palazzo Chigi si legge che il decreto sarebbe stato fatto per "diversificare il nostro mix energetico, promuovendo quindi la produzione da fonti rinnovabili ed il ritorno al nucleare") e in secondo luogo perché nessuno adesso si metterà a costruire impianti fotovoltaici non sapendo se rientrerà negli incentivi o no.
Insomma, è stato bloccato un meccanismo che funzionava benissimo, quello del Conto Energia, plaudito da tutti e che aveva permesso un boom del mercato fotovoltaico in Italia (grazie al sistema di incentivi siamo arrivati ad essere secondi in Europa).

Poi c’è un altro fatto: la famigerata pubblicità del Forum Nucleare Italiano.

E qui la mia parte dietrista si fa le pippe.
Questa pubblicità, bloccata dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria perché ingannevole, finge di offrire un punto di vista imparziale sulla questione sì/no al nucleare, nascondendo (ma neanche tanto bene) una certa, chiamiamola, “preferenza” per il sì.
Un tono di voce cupo piuttosto che uno più rassicurante, l’utilizzo del colore nero per gli oppositori all’atomo, così come una formulazione più idiota e vaga delle frasi di questi ultimi… qui si è seguito un corso di Marketing, addirittura.


Il fatto che la campagna “penda” dalla parte del sì non è poi così strano, dato che l’azionista di maggioranza di Forum Nucleare Italiano è l’Enel, ed è accompagnata da amicici tipo Alstom Power, Ansaldo nucleare, Areva, E.ON, EDF, Edison, Federprogetti, GDF Suez, Sogin, Stratinvest Energy, Techint, Technip, Tecnimont, Terna, Westinghouse.
Tutte aziende che avrebbero interesse all’installazione delle centrali e alla vendita dell’energia prodotta, e che beneficerebbero, insieme ad altre, del 55% circa dell’investimento previsto dal Governo.

Di quanto sarà questo giro d’affari quindi?
Mah, così, cifre da niente, appena la metà di una trentina di miliardi di euro… E’ addirittura prevista la nascita di una “filiera del nucleare” composta da circa 550 imprese, a seguito di tale investimento!
Ultima notizia: Enel conferma, inoltre, che ci metterà anche del suo: investirà in Italia tra i 300 e i 400 milioni di euro. E se investe così tanto, figuriamoci quanto si aspetta di ricevere.

E che vuoi che siano 6 milioni di euro campagna pubblicitaria per il Forum Nucleare quando si parla di queste cifre?

(e ora finalmente lo posso dire…)

Gli sarebbe quasi quasi convenuto comprarsi anche qualche politico. Sono in saldo, ultimamente.

giovedì 17 marzo 2011

Rosa politica...

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Sabato pomeriggio, ore 19.00, arranco a piedi verso casa. Ho solo un'ora per arrivare, farmi una doccia per darmi un aspetto umano ed uscire, perché, nonostante tutto, ho ancora un'età per cui è considerato socialmente disdicevole collassare sul divano alle nove durante il week end. Non volendo distruggere quella parvenza di vita sociale che mi rimane, lotto contro l'inerzia e cammino spedita verso casa. Vengo da un presidio in difesa della Costituzione e della scuola pubblica. L'ennesimo presidio. Pochi giorni fa ero a distribuire mimose in occasione del tanto deprecato otto marzo, cercando di far capire alle mie socie più giovani, che sculettavano sotto tre metri di cerone per le vie del centro, che non si trattava di una ricorrenza dedicata alla fruizione di spogliarelli maschili e cene con sbronza molesta fra amiche. Non so se sia servito, ma c'ero. I miei sabati sono costellati di banchetti per la raccolta delle firme, presidi contro gli abomini dell'amministrazione comunale, manifestazioni, mattinate trascorse alla scuola di politica. Ebbene sì, la scuola di politica, come negli anni Sessanta. Il venerdì sera non faccio tardi e creo turbamento nei miei amici quando alla domanda "Ma te ne vai già?" rispondo che sì, la mattina dopo mi devo alzare per un corso sulla gestione del bilancio. Io, laureata in lettere che se le danno il resto sbagliato al supermercato ringrazia e se ne va accorgendosene, se mai, a casa, perché fa di conto col pallottoliere. Ci si alza, con gli occhi pesti e il senso di morte imminente, e si va a scuola. Non che le serate infrasettimanali siano molto meglio: riunioni e incontri si affastellano come gli strati di una millefoglie. In tutto questo mi sono accorta di una cosa: sono un panda. Non in quanto giovane che fa politica, ma in quanto donna giovane o in quanto donna punto che fa politica. Mi riallaccio al sopracitato otto marzo. In tanti, fra i politici, si sono sperticati in tale occasione con lodi sulla figura della donna, con panegirici sul suo ruolo sociale e la necessità della valorizzazione femminile. Ebbene? Che cos'è stato fatto fin ora per valorizzare davvero le donne? Senza rappresentanza, si sa, qualsiasi categoria sociale può strillare e agitarsi, ma non otterrà mai un cambiamento. Perché l'Italia è un paese di vecchi e non viene mai varata una riforma, approvata una legge che migliori davvero la condizione dei giovani?
Perché non ci sono giovani seduti nei luoghi di potere in grado di portare avanti le loro battaglie "ad armi pari". Lo stesso può dirsi delle donne. Lasciamo perdere gli indecorosi esempi di soubrette (per essere gentili e politicamente corretti) attualmente assise fra le più alte cariche e prive di una qualsiasi competenza oltre che, spesso e volentieri, del dato umano necessario per occuparsi del bene comune, e pensiamo alla donna "impegnata", che con correttezza e competenza compie, non senza fatiche, il cursus honorum per arrivare a detenere un qualche potere. Che cosa ci troviamo di fronte?
Spesso donne mascolinizzate, non nel senso più vile del termine, ma per quanto riguarda l'approccio alla politica, alla vita di tutti giorni e, soprattutto, per l'atteggiamento con cui si pongono verso l'esterno. Aggressive e secche nel modo di affrontare un dibattito, attente a non far trapelare nulla che ricordi la loro femminilità, nessun dato particolare di sensibilità, nessun possibile appiglio per chi potrebbe accusarle di essere troppo "materne" in un mondo "da uomini". Spesso sono donne che rinunciano a una vita affettiva normale, cosa che non accade invece ai colleghi uomini, perché a loro non è richiesto di essere a casa per ora di cena o non risulta strano se, appena posata la forchetta, corrono fuori per l'ennesimo incontro. I rari esempi di politiche con una sistema di relazioni "normale" sono resi possibili dalla presenza di compagni illuminati e progressisti al loro fianco. Se ne trovano davvero pochi in giro, anche fra i più giovani. In tutto questo si predicano quote rosa a cui non viene dato seguito: sì, perché le quote rosa sono necessarie, diversamente, se a decidere le candidature e le cariche interne dei partiti sono i dirigenti, non ci sarà motivazione per cui questi ultimi decidano di dare il posto a una donna ( a meno che non si sia in presenza del sopracitato esempio di soggetto illuminato... raro, molto raro). Le donne fanno anche un pò paura. Nella mia esperienza ho sentito donne rivendicare il diritto a "riunioni brevi ed efficienti" che permettano di andare a casa ad orari consoni per la vita di chiunque: basta con gli incontri alle sette di sera o a quelli che finiscono a mezzanotte di un giorno lavorativo. Ho sentito donne chiedere di poter avere uno spazio dove lasciare a disegnare i figli mentre loro discutevano di politica. Ho sentito donne proporre nuovi metodi di approccio alla protesta, meno "istituzionali" e più creativi. Ecco perché le donne fanno paura: minano il millenario e consolidato schema maschile della politica. Io personalmente non credo che una donna faccia politica meglio o peggio di un uomo. Penso però che possa avere un approccio differente, così come diverse categorie sociali hanno approcci differenti ad una medesima tematica. Rinunciare a questo pluralismo sarebbe una follia. Forse è questa la risposta alla domande sul perché faccio politica: per un esigenza di rappresentanza e di cambiamento. Il resto è fuffa. Non penso che "le donne in parlamento" porterebbero la rivoluzione, ma abbiamo provato per centinaia di anni il governo dei pochi al maschile. E' andata come andata, poteva andare peggio... ma tentare un miglioramento non penso nuoccia a nessuno. O forse a qualcuno si?

lunedì 7 marzo 2011

Le scimmie conquisteranno il mondo (insieme ai delfini)!

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Pensavi che Socrate fosse un grande filosofo quando diceva “so di non sapere”? Sei un macaco! – si poteva dirgli. Infatti, ora è provato che i macachi non solo sanno distinguere tra un quadrato denso di puntini e uno semi-vuoto, premendo il tasto corrispondente (sai che roba!), ma sono anche in grado di capire quando non sono sicuri della risposta, e rispondere “non lo so”. Fonti non verificate sostengono che Socrate, poco prima di suicidarsi, parlò con un macaco, sentendosi inutile. Questa sarebbe stata la ragione dell’estremo gesto.


Due ricercatori americani (vi dico anche i nomi per fare la fica), Smith & Beran, hanno messo alla prova alcuni macachi. Qui trovate il video dell'esperimento.

Le applicazioni di questa scoperta sono molte: gli autori della ricerca, se gliene fregasse qualcosa, suggerirebbero ad esempio di sostituire alcuni Macachi ai Questori, facendo loro osservare le piazze da una finestrella. Finalmente si scoprirebbe la “densità” dei partecipanti delle manifestazioni, e se poi non si sa, beh, non si sa. Ma almeno si sa di non sapere.

Berlusconi, in previsione della prossima manifestazione targata Pdl, ha già fatto sapere che i macachi sono notoriamente di matrice comunista. In effetti, la specie studiata (macaca mulatta) proviene dall’Asia.
(nel disegno qui a lato, la mia interpretazione di scimmia dubbiosa, asiatica e vagamente minacciosa, e quindi comunista)
Smith & Beran, comunque, hanno una lunga tradizione nel rompere le scatole agli animali per fare loro domande stupide: già nel 1995, infatti, avevano fatto un esperimento con i delfini (link all’articolo scientifico sempre per fare la fica) che si svolse più o meno nello stesso modo. Facevano sentire ai delfini un suono più o meno acuto e loro, sempre tramite l’uso di pulsanti, dovevano dire se la frequenza era alta o bassa. Se facevano giusto, la ricompensa era pesce. Avevano anche loro a disposizione un pulsante “boh”.
Gli scenari che si prospettano in seguito a questi studi sono i seguenti:
a) I macachi colonizzano l’intera superficie terrestre e i delfini quella marina, scontrandosi poi in una guerra all’ultimo sangue.

A ben vedere, questo è l'unico scenario plausibile.

domenica 6 marzo 2011

La spesa con consapevolezza

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Stiamo vivendo in un periodo in cui il mondo è scosso da numerose problematiche, a causa delle quali spesso sembra che l'uomo sia destinato a fare del male.
E se oggi siamo concentrati sulle rivolte in nord Africa e sul malgoverno italiano, un domani quali guerre e quali omicidi affolleranno i nostri giornali? Ci sarà mai la pace? È veramente possibile un altro mondo? E noi persone comuni come possiamo contribuire per migliorarlo?
La filosofia indiana afferma che ogni piccola buona azione di ogni uomo migliora un pochino il mondo; io ne sono convintissima, soprattutto quando al giorno d'oggi ogni buona azione è fare politica. Eh sì, fare politica è fare la raccolta differenziata, è eseguire con impegno il proprio lavoro e pensate un po': fare politica è anche fare la spesa.
I soldi dal supermercato giungono attraverso vari scambi alle società che producono e distribuiscono il prodotto acquistato. Queste società hanno un potere e una responsabilità verso i propri dipendenti e se fornite di sufficiente denaro possono anche influenzare un governo. In questo modo l'acquisto di un prodotto al posto di un altro assume un'importanza enorme; infatti alcune delle multinazionali più potenti tra cui la Coca-Cola, la Nestlè, la Nike, la Chiquita e altre, nei paesi dove hanno le fabbriche hanno una grande influenza. I lavoratori tra cui donne e bambini sono sfruttati in modo indegno come fossero oggetti e non hanno alcun diritto.
Ecco alcuni esempi:

-Chiquita:
dai dati di Equoeconomia del 1999 si sa che la Chiquita e altre società cercano di distruggere i sindacati indipendenti dei lavoratori licenziando gli attivisti sindacali e li schedano in apposite “liste nere” affinché non possano trovare lavoro in altre piantagioni. Tutto ciò è naturalmente contro il diritto dei lavoratori di riunirsi in sindacati. Inoltre il sindacato SITRAP ha denunciato l'esistenza di squadre armate nelle piantagioni che creano un clima intimidatorio.

-Coca-cola:
tra il 1994 e il 1996 Coca-Cola ha pagato varie multe per aver violato molte volte le leggi sul lavoro.
Negli Stati Uniti alcuni dipendenti afro-americani di Coca-Cola l'hanno denunciata per discriminazioni razziali.
In più promuovendo la vendita di bevande in lattina e plastica contribuisce alla produzione di migliaia di tonnellate di rifiuti e stimola il consumo di alluminio.

BOICOTTAGGIO significa esercitare il potere di noi consumatori ovvero la libertà di acquistare o meno un prodotto per produrre dei cambiamenti di una determinata azienda che non rispetta i princìpi etici in cui crediamo.
In questo modo nel nostro piccolo possiamo dare un contributo al miglioramento del mondo perchè se si è in tanti, cambiare è sempre possibile.
P.S: per ulteriori informazioni vi consiglio di leggere il libro “Guida al consumo critico”.

giovedì 10 febbraio 2011

La determinazione è donna

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Devo ammettere di essere una lettrice assidua di Donna Moderna, non tanto perché apprezzi particolarmente il contenuto o altro del settimanale, ma in quanto mia nonna ha l’abbonamento e io passo molto tempo da lei. Nel lontano settembre dell’anno scorso, al riparo dalle future ansie di filosofia et varie, ero dunque intenta a sfogliare la mia nuova chicca settimanale, per scoprire i segretucci dei vips, cosa dice Antonella Boralevi con la sua santa franchezza a chiunque le scriva, se quest’inverno sarà trendy andare in giro con i pantaloni alla zuava oppure con i sandali olandesi, quando capito nella pagina dedicata ai “miti” femminili della settimana, fra i quali spicca il nome dell’attuale ministra dell’Istruzione, la sempre amata Mariastella Gelmini.
Il paragrafo elogiava (testuali parole) “il coraggio della ministra [...] che incurante delle molte proteste di professori, alunni e personale va avanti per la sua strada. La determinazione è donna!”. Giusto per vedere che non avessi allucinazioni dovute a indigestione di polpettone casalingo, mi sono riletta il paragrafo di elogi. E poi mi sono chiesta se, nonostante il settimanale sia di proprietà della Mondadori, azienda capitanata da Marina Berlusconi e ci siano probabilmente (ovviamente) delle direttive da seguire, i giornalisti, anzi, le giornaliste, che lavorano in quella redazione non si siano neanche un po’ vergognati, non abbiano neanche un attimo pensato a ciò che scrivevano. Dico, nessuno che abbia un figlio in età scolastica? Nessuno che sappia quanto è frustrante vedere negate certe possibilità al proprio figlio dalle leggi partorite dalla mente di questa signora? Una donna che lascia a casa “87.400 unità per il personale docente (entro l'anno scolastico 2011/2012), e alle 44.500 unità per il personale ausiliario ATA (nel triennio 2009 – 2011)”, per poi assicurare di provare “molta solidarietà” con coloro che hanno perso il lavoro? Un avvocato che parla di severità, rigore, blocco dei diplomifici, quando lei per prima da Milano, dove frequentava giurisprudenza ma non riusciva a passare l’esame, è andata a Reggio Calabria, conosciuto come l’avvocatificio d’Italia, dove chiunque passa l’esame, per poi criticare duramente gli istituti del Sud, che a suo parere “abbassano troppo la qualità dell’istruzione” ?
Però, a quel punto ho pensato che forse la redazione di Donna Moderna è custode di verità a me non pervenute; ho quindi deciso di mandare una mail con chiesto se potevano gentilmente spiegarmi come la signora Gelmini possa aver ragione. E se ce l’ha, magari di rendermi partecipe anche all’oscuro motivo per il quale noi del liceo linguistico siamo costretti a fare francese in 37 e spagnolo in 34, contando che sono le nostre materie di indirizzo, e che senza il mio futuro se ne andrà probabilmente a farsi fottere (parlo del liceo linguistico per esperienze personale, anche se ovviamente tutti gli istituti sono pesantemente penalizzati dalla 133).

Did you ever listen to what we played

Did you ever let in what the world said
Did we get this far just to feel your hate
Did we play to become only pawns in the game
How blind can you be, don't you see
You chose the long road but we'll be waiting

Bye bye beautiful
Bye bye beautiful

Tutti i dati presentati in questo articolo sono verificabili nello “Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze”, mentre le frasi sono pubbliche e basta sentire la radio o guardare un minimo di tv. Il testo è di “Bye Bye Beautiful” dei Nightwish.
 
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