giovedì 17 marzo 2011

Rosa politica...

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Sabato pomeriggio, ore 19.00, arranco a piedi verso casa. Ho solo un'ora per arrivare, farmi una doccia per darmi un aspetto umano ed uscire, perché, nonostante tutto, ho ancora un'età per cui è considerato socialmente disdicevole collassare sul divano alle nove durante il week end. Non volendo distruggere quella parvenza di vita sociale che mi rimane, lotto contro l'inerzia e cammino spedita verso casa. Vengo da un presidio in difesa della Costituzione e della scuola pubblica. L'ennesimo presidio. Pochi giorni fa ero a distribuire mimose in occasione del tanto deprecato otto marzo, cercando di far capire alle mie socie più giovani, che sculettavano sotto tre metri di cerone per le vie del centro, che non si trattava di una ricorrenza dedicata alla fruizione di spogliarelli maschili e cene con sbronza molesta fra amiche. Non so se sia servito, ma c'ero. I miei sabati sono costellati di banchetti per la raccolta delle firme, presidi contro gli abomini dell'amministrazione comunale, manifestazioni, mattinate trascorse alla scuola di politica. Ebbene sì, la scuola di politica, come negli anni Sessanta. Il venerdì sera non faccio tardi e creo turbamento nei miei amici quando alla domanda "Ma te ne vai già?" rispondo che sì, la mattina dopo mi devo alzare per un corso sulla gestione del bilancio. Io, laureata in lettere che se le danno il resto sbagliato al supermercato ringrazia e se ne va accorgendosene, se mai, a casa, perché fa di conto col pallottoliere. Ci si alza, con gli occhi pesti e il senso di morte imminente, e si va a scuola. Non che le serate infrasettimanali siano molto meglio: riunioni e incontri si affastellano come gli strati di una millefoglie. In tutto questo mi sono accorta di una cosa: sono un panda. Non in quanto giovane che fa politica, ma in quanto donna giovane o in quanto donna punto che fa politica. Mi riallaccio al sopracitato otto marzo. In tanti, fra i politici, si sono sperticati in tale occasione con lodi sulla figura della donna, con panegirici sul suo ruolo sociale e la necessità della valorizzazione femminile. Ebbene? Che cos'è stato fatto fin ora per valorizzare davvero le donne? Senza rappresentanza, si sa, qualsiasi categoria sociale può strillare e agitarsi, ma non otterrà mai un cambiamento. Perché l'Italia è un paese di vecchi e non viene mai varata una riforma, approvata una legge che migliori davvero la condizione dei giovani?
Perché non ci sono giovani seduti nei luoghi di potere in grado di portare avanti le loro battaglie "ad armi pari". Lo stesso può dirsi delle donne. Lasciamo perdere gli indecorosi esempi di soubrette (per essere gentili e politicamente corretti) attualmente assise fra le più alte cariche e prive di una qualsiasi competenza oltre che, spesso e volentieri, del dato umano necessario per occuparsi del bene comune, e pensiamo alla donna "impegnata", che con correttezza e competenza compie, non senza fatiche, il cursus honorum per arrivare a detenere un qualche potere. Che cosa ci troviamo di fronte?
Spesso donne mascolinizzate, non nel senso più vile del termine, ma per quanto riguarda l'approccio alla politica, alla vita di tutti giorni e, soprattutto, per l'atteggiamento con cui si pongono verso l'esterno. Aggressive e secche nel modo di affrontare un dibattito, attente a non far trapelare nulla che ricordi la loro femminilità, nessun dato particolare di sensibilità, nessun possibile appiglio per chi potrebbe accusarle di essere troppo "materne" in un mondo "da uomini". Spesso sono donne che rinunciano a una vita affettiva normale, cosa che non accade invece ai colleghi uomini, perché a loro non è richiesto di essere a casa per ora di cena o non risulta strano se, appena posata la forchetta, corrono fuori per l'ennesimo incontro. I rari esempi di politiche con una sistema di relazioni "normale" sono resi possibili dalla presenza di compagni illuminati e progressisti al loro fianco. Se ne trovano davvero pochi in giro, anche fra i più giovani. In tutto questo si predicano quote rosa a cui non viene dato seguito: sì, perché le quote rosa sono necessarie, diversamente, se a decidere le candidature e le cariche interne dei partiti sono i dirigenti, non ci sarà motivazione per cui questi ultimi decidano di dare il posto a una donna ( a meno che non si sia in presenza del sopracitato esempio di soggetto illuminato... raro, molto raro). Le donne fanno anche un pò paura. Nella mia esperienza ho sentito donne rivendicare il diritto a "riunioni brevi ed efficienti" che permettano di andare a casa ad orari consoni per la vita di chiunque: basta con gli incontri alle sette di sera o a quelli che finiscono a mezzanotte di un giorno lavorativo. Ho sentito donne chiedere di poter avere uno spazio dove lasciare a disegnare i figli mentre loro discutevano di politica. Ho sentito donne proporre nuovi metodi di approccio alla protesta, meno "istituzionali" e più creativi. Ecco perché le donne fanno paura: minano il millenario e consolidato schema maschile della politica. Io personalmente non credo che una donna faccia politica meglio o peggio di un uomo. Penso però che possa avere un approccio differente, così come diverse categorie sociali hanno approcci differenti ad una medesima tematica. Rinunciare a questo pluralismo sarebbe una follia. Forse è questa la risposta alla domande sul perché faccio politica: per un esigenza di rappresentanza e di cambiamento. Il resto è fuffa. Non penso che "le donne in parlamento" porterebbero la rivoluzione, ma abbiamo provato per centinaia di anni il governo dei pochi al maschile. E' andata come andata, poteva andare peggio... ma tentare un miglioramento non penso nuoccia a nessuno. O forse a qualcuno si?

mercoledì 16 marzo 2011

Montag oder Mittwoch #0

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Il 15 aprile 2010 i cieli europei furono completamente ricoperti da una nube enorme e minacciosa. Un vulcano islandese dal nome impronunciabile e, fino a quel momento, sconosciuto, era improvvisamente sulla bocca di tutti. Probabilmente il suo nome era anche seguito da qualche imprecazione, poiché le ceneri che da lui fuoriuscivano avevano paralizzato il traffico aereo.
Tutto ciò causò enormi e variopinti disagi: viaggi annullati, concerti rimandati, matrimoni a cui mancavano gli invitati e lunghi viaggi in treno per tornare a casa dai luoghi dove magari si era pensato di stare solo per un week-end.
Poche ore prima della Grande Esplosione di Cenere, il mio aereo era partito tranquillo ed era atterrato altrettanto comodamente. La famiglia intera mi aveva amorevolmente accompagnata all'aeroporto di Bergamo. Appena una settimana prima festeggiavo la mia inutile laurea in Scienze Politiche ballando i Mùm sul mio prato in collina, bevendo Montenegro (amaro di cui allora facevo abbondante uso, ignorando la sua irreperibilità in terra crucca) e abbracciando gli alberi (letteralmente). Come potete facilmente immaginare, una settimana prima ancora dissertavo la mia scarna tesi di trenta pagine e salutavo la cara, grassa, rossa e dotta Bologna che per tre anni e mezzo mi aveva coccolata e allevata.
Nei giorni precedenti la mia partenza mi ero spesso chiesta se alla fine su quell'aereo ci sarei salita oppure no. In fondo sulla mia coscienza pesavano solo i 14 euro di un volo low cost. Appena più difficile sarebbe stato salvare la faccia dopo tutto quel parlare di prendere, mollare tutto (ma tutto cosa?) e partire. Ma chi avrebbe potuto biasimarmi? Con quale diritto?
Alla fine sì, partii per Berlino con quindici chili di vestiti e un futuro a breve termine completamente da scrivere.
Oggi sono a Berlino da esattamente undici mesi. Ho da poco cominciato un nuovo corso di tedesco e mi hanno piazzato all'inizio del livello C1.
Penso sempre che in questi momenti vorrei tanto trovarmi davanti la mia professoressa di tedesco delle medie. Quella antipatica che durante l'ora di ricevimento aveva detto a mia madre che nella vita non avrei combinato assolutamente nulla. Quella per cui, alla fine delle medie, giurai che mai e poi mai avrei continuato a studiare tedesco anche alle superiori. Vorrei trovarmela davanti e farle capire che forse non ero così da buttare.
Ricordo ancora quando cominciò a spiegare il nominativo e gli altri casi e io le chiesi cosa fossero. Lei mi guardò e mi rispose: “Richelli, proprio tu, che l'anno prossimo vuoi andare al Liceo Classico, mi chiedi cos'è il nominativo?” Ovviamente si guardò bene dallo spiegarmelo e questa scena dalla stupidità cristallina mi appare surreale ancora oggi.
Qualche sera fa un'amica mi ha chiesto: “Ma è per colpa di Berlusconi che ti sei trasferita a Berlino?” e non sapevo bene come rispondere. Nì, mi è venuto da dire. Quello stronzo probabilmente non merita nessuna pietà, ma non è altro che la punta di un iceberg. Lui, come la mia professoressa di tedesco, e come i professori della mia professoressa di tedesco ancora prima, fanno parte di un sistema enorme, complicato e profondo che a mano a mano sta distruggendo non solo un paese, ma anche tante piccole speranze e potenzialità, tanti piccoli futuri. I nostri.
Quando sono partita non ero la più incazzata dei miei coetanei. Ma ad essere tanto incazzati forse non si va da nessuna parte. Al contrario, bisogna fare qualcosa.
Io ho cambiato aria, ma spero un giorno di poter tornare a casa e tentare di cambiare le cose e far respirare anche nella vecchia e immobile Verona un pezzettino della Luft che c'è qui. Intanto ve ne racconterò una parte.
Il mio “diario” o le mie riflessioni da Berlino si chiamano “Montag oder Mittwoch” perché quando studiavo tedesco alle elementari mi facevano sempre scrivere la data, per farmi imparare i giorni della settimana. Avendo però avuto per anni lezione solo due volte alla settimana, per lungo tempo ho saputo dire solo “Lunedì” o “Mercoledì”. Uscirà un po' quando mi pare, ma sempre di lunedì o di mercoledì.

martedì 15 marzo 2011

Osservare anche a occhi chiusi: un'intervista a Elisabetta Benfatto

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Conclusa la chiacchierata ho subito realizzato quale sarebbe stata la maggiore difficoltà da affrontare, ragione per la quale, intervistare sarà per me attività centellinata e di parco dosaggio.

INGABBIARE PENSIERI. Ingabbiare pensieri personali è già di per percorso tortuoso. Quando si tratta poi di cercare di catturare e riprodurre quelli degli altri, beh, diventa persino ansiogeno.
Concordate le premesse, mi dispongo a darvi qualche informazione sull'intervistata.


Sto per avere una fertile conversazione con Elisabetta Benfatto, giovane e talentuosa fumettista veneta (si occupa anche di attività nel campo grafico e illustrativo) che, per fare qualche nome fra i tanti, pubblica e ha pubblicato su ANIMAls, Hamelin, Linea grafica, Fabrica Files (..) Ah. Se non bastasse è anche docente presso la sede padovana dell'Internazionale Comics.
Ad ogni modo tutte le informazioni a riguardo le trovate su http://www.elisabettabenfatto.blogspot.com/ e potrete ben notare da soli che le citazioni fatte sono percentualmente infinitesimali nel suo curriculum.

La chiacchierata inizia in modo casuale, all'aria aperta, mentre ci dirigiamo affamate verso il più vicino bar.

E.B."(..)Io sono piuttosto anti tecnologica, preferisco presenziare il p possibile fisicamente quando vengono presentati i miei lavori o comunque le opere alle quali ho collaborato e farmi conoscere così. Anche se devo dire che il computer è assolutamente necessario e, di necessità virtù, ho dovuto imparare ad usarlo perlomeno discretamente bene."

ES." Sì è vero. E' necessario. Anche se sull'uso del computer nel campo dell'illustrazione io ho una posizione piuttosto hard core. Mi spiego. Tutte queste nuove illustrazioni, animazioni fatte a tavoletta grafica, photoshop e chi più ne ha più ne metta..non mi piacciono. Personalmente trovo che non sia illustrazione VERA. E' asettica, impersonale. E volendo passare dal punto di vista del fruitore a quello dell'illustratore.. Beh. forse è anche peggio. Il disegno non ti porta più. Fai un errore mentre lo esegui e ..bon. Freccetta indietro e dell'errore non v'è più traccia. Non c'è più la necessità di un'idea in aggiunta alla prima per cercare di camuffare l'errore e renderlo parte dell'opera. Diventa statico. Non sei più condotto da nessuna parte."

E.B." Mi trovi assolutamente d'accordo. Penso che, soprattutto in fase di formazione dell'artista, sia pericoloso essere supportati dal computer. La mano è uno strumento di conoscenza e va allenata con primaria urgenza. Pensa solo che una volta anche che ne so, gli archeologi, gli esploratori gli scienziati.. non potevano fotografare, scannerizzare o vattelapesca. Lo studio e la diffusione della conoscenza avvenivano in larga porzione tramite appunti disegnati. Non vi era altro strumento. Il computer è utilissimo come mezzo, ma deve essere di supporto, quando si è già formati e consapevoli dell'uso che se ne fa. Il disegno a mano ha spesso un altro sapore, più grezzo, più vicino a noi. E come diceva Mozart "la bellezza sta nell'imperfezione".

ES." e io che pensavo fosse farina del mio sacco."

..Piccoli eghi smisurati crescono.
 Siamo arrivate al bar, abbiamo ordinato e preso posto al tavolino. Tesa e con le mani sudaticce, ho tirato fuori la cartellina degli appunti per fare le domande e nascondermi dietro un'aria para professionale.

ES. " Beh, inizierei con una domanda banale che poi cosi' banale forse non è. In cosa cosiste il Suo lavoro?"

E.B " Altro che banale. Questa è una domanda complessa. Ah, e dammi del tu! Vediamo.. Sì. Ti rispondo così. Il mio lavoro consiste nell'essere un essere umano. Nel seguire una vocazione e un bisogno primario di comunciarsi e comunicare col proprio strumento. Non saprei dirlo in un altro modo. Per scelta credo sia giusto non razionalizzare questi discorsi e comunicarli come si sentono. E anche se può suonare da artistoide o comunque strano io lo vivo così. Tu dai agli altri il tuo sguardo sul mondo.



ES. " ..e qui capisco la sua citazione-manifesto di Picasso presente nel Suo, orco, TUO blog.

(Riporto. : " ..spesso lo "stile" è qualcosa che vincola l'artista a uno stesso modo di vedere, alla stessa tecnica, le stesse formule anno dopo anno, qualche volta anche per tutta la vita. Lo si riconosce subito ma è sempre lo stesso vestito, è lo stesso taglio di abito. Tuttavia ci sono grandi pittori che hanno stile. Io invece mi agito troppo, vagabondo troppo. Tu mi vedi qua, e io sono già cambiato, sono da un'altra parte. Io non sono mai vincolato e per questo non ho uno stile.")

E.B. " Esattamente. Ovvviamente, ribadisco, tutto quello che ti dico è da riferirsi unicamente al mio percorso e al mio modo di percepire le cose. Spesso, a mio avviso avere uno stile di tratto, di disegno, di tecnica può diventare una gabbia per l'artista. Sì, sei riconoscibile, ma rischi di ripeterti e fermare un percorso personale che puo' essere molto più ampio. Il vero stile, lo stile in senso puro, è il tuo modo di vedere e vivere le cose che è unico: già da solo cifra distintiva artistica. Ed ecco come il mio lavoro è di diversi generi e formati."

(Nel mentre mi rendo conto che posso anche mettere via la penna con la quale volevo ingenuamente prendere appunti e decido di rischiare di far affidamento sulla memoria. Quindi la metto via e cerco di aprire ancora meglio orecchie e cervello.)

ES. "..lavoro. Ma è effettivamente qualcosa che ha una durata lavorativa nell'arco della giornata? otto ore pausa pranzo e tutti a casa a mangiare la pizza?"

E.B " Assolutamente no. Anzi, ti direi che è un processo senza margini, fastidiosamente continuo. Questo mestiere ha alla base la curiosità, l'osservare al posto del vedere, l'osservare anche ad occhi chiusi. Non c'è mai tregua, ogni cosa, anche la più piccina è spunto per qualcos'altro. Io per staccare uso lo sport, che è l'unica cosa che mi permette di NON pensare. Cammino, cammino tanto. Ma quello che più di tutto mi permette di staccare la spina è una bella nuotata."



ES. " Altrimenti si soffoca. In che rapporto è con la Sua creatività?"

E.B. " Ma dammi pure del tu che mi fa strano sennò!"

ES. "Porca vacca, mi scusi, orco, scusa, è più forte di me. In che rapporto sei con la tua creatività?" (e intanto canticchio fra me e me I'm a loser dei Beatles)

E.B. "Anche questa, domanda non facile. Per me disegnare, come raccontare, è una forma interrogativa continua. Non vi è distinzione fra bozzetto ed esecutivo, come non vi è distinzione di passato e presente fra i segni. Tutto converge in un unico punto di indagine che è senza tempo, oppure, se bisogna darne uno, presente. Anche se il tempo fisico nello sviluppo delle opere scorre, il tempo artistico di un opera è unico."

ES. "E qual'è il Suo rapporto con le opere invece?" (Cazzo. I'm a looooooser)

EB. "Io mi sento loro figlia. Non sono fautrice di quello che poi, nel pratico eseguo. Sono figlia della loro esperienza. Devo viverle. E' fondamentale però che ci sia una sorta di distacco fra me e loro. Se faccio qualcosa e ne sono troppo coinvolta, so che quello che produrrò non sarà efficace. Il mio sentire deve essere elemento componente, ma non unico. E forse a "prodotto" finito, non riconoscibile perchè mescolato con il resto."

ES."Si può vivere solo di illustrazione?"

EB. " Sì, ci si puo' vivere, ma a lungo termine. Non è materiale di sostentamento immediato. All' inizio le contingenze ti portano a fare un po' di tutto. Anche consegnare pizze. Se sei fortunato trovi qualcosa che non è il tuo vero lavoro ma ci si puo' avvicinare. Io per esempio ho lavorato tre anni e mezzo in uno studio di grafica, alla fine pero' non avevo quasi più tempo per disegnare e iniziavo a stare male, perchè mi mancava. Ho imparato molto, ma poi sono stata naturalmente ricondotta alle mie origini."

ES. "Volenti o nolenti, il mondo della creatività è ancora luogo dove l'uomo la fa da padrone. Ha mai sentito condizionamenti o vincoli per questa ragione?"

EB. " Nonostante ci siano diverse figure femminili che si stanno facendo largo, è innegabile dire che, sì, gli uomini sono ancora dominanti in questo settore. Ho lavorato spesso in team interamente (a mia esclusione) maschili e devo dire che non ho sentito particolari pressioni. Anche se una cosa va detta. Questa parità nel lavorare assieme l'ho vissuta soprattutto con artisti stranieri. Nessuno spagnolo, inglese o tedesco mentre si lavora si sognerebbe mai di fare battutine sulla tua sessualità, ma perchè proprio non viene loro spontaneo farle. L'italiano invece qui si riconosce, e qualche battuta, la fa."

Come aspettarsi qualcosa di diverso da un popolo che a capo ha un politico che nelle foto di gruppo si sollazza facendo le corna?Ma questa è un'altra storia.

ES."Cosa Le piacerebbe fare in futuro?" (e dajela)

E.B." Come ti ho già detto alla base di questo lavoro c'è la curiosità. Di conseguenza mi piacerebbe provare a farlo anche all'estero. Sicuramente un passaggio per la Francia (n.d.r. paese dove la cultura dei comics e dell'illustrazione è affermata e decisamente meglio retribuita che in Italia) lo farò"

ES. "Il mio sogno è andare in Canada"

EB. "Bingo. Anche a me quando espatrierò, piacerebbe andare soprattutto fuori dall'Europa. Qui, bene o male ,abbiamo un pensiero vecchio, già formato. Mi piace l'idea di poter conoscere qualcosa di nuovo e di diverso."

ES." Cambierebbe qualcosa della Sua formazione artistica? (tutto sto Lei. Non mi facevo così educata)

EB." Assolutamente sì. Ho frequentato l'Accademia di Belle Arti a Venezia e ho trovato tremendo (ovviamente con i dovuti distunguo ad personam al suo interno) il fatto che a diciotto anni invece di sfruttare l'occasione d'imparare da un maestro, si dovesse andare a dimostrare di essere artisti. Non sei un'artista a diciotto anni. O meglio lo sei in potenza, ma hai bisogno di qualcuno che ti mostri le strade e ti disciplini. Il tempo per imparare con efficacia viene una sola volta nella vita. A trent'anni, anche se è triste dirlo, non sei più ricettivo come a venti. Sei già consolidato come persona quindi, anche giustamente, più impermeabile agli insegnamenti. C'è anche da dire che proprio da un professore universitario (quello di fotografia), a diciotto anni ho avuto la mia prima commissione di lavoro."

ES." Non tutto il male vien per nuocere. Quali sono stati per Lei i disegni di riferimento nella crescita?"

E.B" (ride) Beh, da quando avevo circa tre anni disegno. Quindi Heidi, Jeeg Robot e l'Uomo Ragno. Pensa te che recentemente ho trovato in uno scatolone dei fumetti che facevo da piccola. Ma non ci sono i balloons con le parole. Facevo io le voci dopo aver disegnato. (ride di nuovo, ridiamo anzi) Dopo averli ritrovati, sfogliandoli mi sono resa conto che mi stavo ripetendo ancora pezzi di dialoghi a memoria"

ES."Disegnatrice e doppiatrice. Questo lavoro l'ha mai portata ad aver rimpianti?"

EB." No, direi di no. E' un lavoro che bisogna, soprattutto voi (alunni) che state ancora imparando,vivere e farlo senza ansie. Anche perchè non è solo la bravura che conta, o meglio. Conta quanto il caso, l'essere nel posto giusto al momento giusto e via dicendo. Mai pensare troppo in là, ma pensare a quello che si sta facendo."

L'intervista si conclude più o meno qui. Ci lasciamo (non mi permette di pagare) soddisfatte e forse anche un po' stordite dell'entità dei discorsi.
Credo che la cosa principale che mi è rimasta dentro una volta decantati i discorsi, sia che bisogna imparare ad imparare e a disporsi alle cose nel modo più naturale possibile.
Sicuro è che non ho imparato a darLe del tu.

domenica 13 marzo 2011

BitchFest. Una pseudorecensione.

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Le mie abitudini di consumo sono rimaste pressoché invariate nel corso degli ultimi dieci anni.
Un tempo ero solita suscitare l'ira di mia madre spendendo tutti i miei soldi in dischi e libri. Dopo aver riempito la mia camera di scaffali e aver fatto arrivare la sezione "narrativa americana e britannica" fino al soffitto, decisi che era giunta l'ora di sfondare le barricate e colonizzare anche il salotto e l'atrio.
Quando avevo quindici o sedici anni ricordo che mio padre cominciò a temere che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in me, dato che non mi truccavo e snobbavo con grande passione le gioie dell'abbigliamento truzzo. Ebbene sì, mi vestivo a caso, ma leggevo ed ascoltavo con molto criterio.

Da allora, come dicevo, le mie abitudini di consumo non sono variate granché, eccettuato il fatto che quasi tutti i libri e i dischi che compro vengono dalla magica terra di Internet.
Di recente ho sviluppato anche una nuova passione per le riviste irreperibili sul mercato italiano. Parte della colpa è di due libri, che acquistai su BookDepository dopo averne letto chissà dove e chissà quando.
Oggi vi parlo del secondo, perché ce l'ho qui sulla scrivania e perché, a differenza del primo, ha direttamente a che fare con una rivista viva e vegeta.

Il libro in questione si chiama BitchFest. Ten Years of Cultural Criticism from the Pages of Bitch Magazine (AA. VV., a cura di Lisa Jervis e Andi Zeisler). Come dice il titolo, si tratta di un'antologia di articoli apparsi sulle pagine della nota e notevole rivista americana Bitch, di cui qui si è già parlato brevemente.
Il bello di questo libro è che permette anche a noi lettrici/lettori italiane/i di assaporare un approccio critico alla pop culture che, a mio avviso, è a dir poco peculiare, se non altro agli occhi di una ventenne italiana. Reperire commenti ben scritti, ben argomentati e soprattutto non tediosi sul modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media non è esattamente una passeggiata.
Negli ultimi tempi si è parlato molto di questi temi, vista la triste situazione in cui riversa il nostro paese, ma ciononostante io continuo a sentire la mancanza di una testata che scavi ulteriormente, dando spazio non solo alle donne in generale, ma anche anche a categorie che saremmo portati a non leggere nemmeno nel nostro radar.
BitchFest mi ha condotta per mano lungo un percorso che si snoda lungo una serie di nodi tematici densi e significativi (alcuni esempi: Hitting Puberty, Feminily, Masculinity and Identity, The F Word, Love, Sex and Marketing, Beauty Myths and Body Projects, Activism and Pop Culture), punteggiati da articoli ironici, irriverenti e che sembrano fatti apposta per farti venire voglia di approndire questioni delle quali eri totalmente all'oscuro fino a ieri.
Dall'analisi sociolinguistica dell'espressione "You Guys" alla disamina di decenni di narrativa per young adults alla ricerca di protagoniste lesbiche che non facciano una brutta fine, passando per il fenomeno televisivo delle Mean Girls e molto altro ancora.
Il bello di BitchFest è la varietà delle voci che lo compongono, la sua natura composita e la conseguente molteplicità di temi e angolature che vi trovano spazio. Certo, la questione principe è quella del genere, nelle sue mille declinazioni possibili (tra autobiografismi, rappresentazioni mediatiche e l'imperitura questione del corpo), ma mai in un'ottica segregata dalle esperienze che viviamo quotidianamente. La classe sociale, l'appartenenza ad una minoranza etnica o religiosa, l'orientamento sessuale sono variabili che non vengono mai dimenticate. Questo fa di BitchFest una sorta di compendio di analisi femminista rivolto ad un pubblico molto vasto, ma pensato soprattutto per le ragazze appassionate di pop culture che necessitano dei giusti strumenti critici per individuarne ed analizzarne le insidie. Particolarmente pregevole è l'ultima sezione del libro, dedicata alle forme di attivismo che permettono a tutte noi di influenzare il modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media, dalla quale traspare un'idea lucida e pragmatica del rapporto che lega indissolubilmente femminismo e pop culture.
Caldamente consigliato a lettrici e lettori, sperando che un giorno BitchFest venga tradotto anche in italiano.

* l'illustrazione in apertura è tratta da hannahklee.com

mercoledì 9 marzo 2011

A FEMINIST ICON: Rosie the riveter

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Che cosa s’intende per “icona”?
Dal greco eikón (immagine), il termine icona in origine era usato per designare le immagini a carattere religioso (nella fattispecie il Cristo e la Madonna) dipinte su tavola o metallo ed esposte al culto pubblico. Era quindi una parola usata esclusivamente in ambito artistico.
Con lo svilupparsi della cultura pop, il termine “icona” diviene attributo assegnabile a qualunque cosa (loghi, persone, immagini, gli stessi nomi propri) risulti particolarmente rappresentativa di un periodo storico, un luogo o una generazione e alla quale un vasto gruppo di persone riesca a ricondurre un forte valore culturale.
Icona è ciò che risulta immune allo scorrere del tempo; ciò che mantiene inalterata la propria efficacia espressiva e si incide permanentemente nella nostra memoria.


Con questo post prende il via una mia nuova rubrica dedicata ad icone che popolano con prepotenza a livelli variabili il mio immaginario e cui mi fa piacere dedicare un piccolo spazio di approfondimento. Voglia essere di vostro gradimento.
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Moltissime/i di voi avranno già visto quest'immagine prima d'ora. Manifesti, spille, tee shirts,
merchandise di vario tipo, quest’immagine ha ormai spopolato il nostro immaginario. Ma da dove è sbucata? Di
chi si tratta, veramente? Vedo qualche mano alzata, ben
e sì, qualcuno lo sa; qualcuno ne ha una vaga idea, altri si fingono svenuti per evitare di rispondere. Bene, sono qui appunto per chiarire qualche dubbio.


Ci si riferisce alla suddetta
immagine co
me a ROSIE THE RIVETER. Rosie, nome comune di donna, e Riveter nel senso di “imbullonatrice”, “colei che fissa coi chiodi” o, a voler essere
estremamente precisi, “rivettatrice” (applauso meritato, se sapete cos’è un rivetto).
L’America inizia a parlare per la prima volta di “Rosie the riveter” quando, nel 1942, l’omonima canzone di Redd Evans e John Jacob Loeb diventa tormentone nazionale. Questi i versi principali (potete ascoltarla qui intanto):

While other girls attend their fav’rite cocktail bar
slippin’ dry martinis munchin’ caviar
there’s a girl who’s really puttin’ them to shame
Rosie – is her name.
All the day long, whether rain or shine,
she’s a part of the assembly line,
she’s makin’ history,
workin’ for victory,
Rosie, the riveter.

La canzone esaltava l’operato dell’efficiente addetta alla catena di montaggio Rosie, rimproverando nel contempo la mancanza di patriottismo delle donne che, diversamente dalla protagonista, non contribuirono allo sforzo bellico del paese, preferendovi la frequentazione di cocktail bar (l’iperbole, la figura retorica preferita dagli uomini, nda).
Si era nel pieno del secondo conflitto mondiale e gli Stati Uniti vi avevano appena preso parte. Gli uomini, convocati in massa al fronte, dovettero lasciare vacanti i loro posti di lavoro. La produzione di materiale bellico rischiava di subire una brusca frenata, proprio ora che le richieste di munizioni e mezzi da parte dell’esercito erano alle stelle. Chi avrebbe potuto sostituire questi uomini se non le loro mogli o le altre giovani donne americane? Che questa fosse l’unica soluzione praticabile era ovvio sia alle varie aziende che al governo; si poneva d’altra parte il problema di sensibilizzare le donne, tradizionalmente dedite alla cura della casa e dei figli, a collaborare allo sforzo dell’intera nazione. Il governo indisse così una vasta campagna propagandistica atta a convincerle (e a convincere i loro mariti, restii a vederle ricoprire certi ruoli) che la loro presenza nella forza lavoro fosse essenziale in questo frangente. “Do the job he left behind” e “The more women at work, the sooner we will win” furono solo alcuni degli slogan scelti per l’occasione.
La risposta delle donne americane a questa campagna superò ogni aspettativa. Addirittura molte delle aziende che fino a quel momento avevano dato lavoro alle donne (e parliamo di occupazioni tradizionali all’interno, per esempio, di lavanderie) furono costrette a chiudere per mancanza di personale.
Molto numerosa fu anche la partecipazione di donne afroamericane: si dice che proprio il lavoro di squadra che vedeva coinvolte operaie bianche e operaie nere riuscì a stimolare un’accettazione positiva della diversità, contribuendo ad abbattere alcune delle barriere razziali allora esistenti.

Il medesimo anno in cui venne rilasciata la canzone di Evans e Loeb, l’artista e grafico americano J.Howard Miller realizzò il noto manifesto “WE CAN DO IT!” (:possiamo farcela) per la Westinghouse Company (compagnia che l’aveva assunto allo scopo specifico di realizzare posters a sostegno dello sforzo bellico). Miller realizzò quest’immagine prendendo spunto da una fotografia scattata qualche tempo prima ad una ragazza che lavorava in fabbrica. Si trattava di Geraldine Hoff (poi Geraldine Doyle), diciottenne addetta alla pressa metallica dell’American Broach & Machine Company di Ann Arbor – Michigan. Geraldine in realtà lavorò per pochissimo tempo in questa compagnia: essendo violoncellista e temendo di potersi seriamente danneggiare le mani svolgendo quel tipo di lavoro, lasciò la ABMC molto presto. Il caso volle che proprio nel periodo che trascorse in fabbrica le venisse scattata una foto (visibile qui sotto) da un addetto dell’United Press International; proprio la foto su cui Miller lavorò in seguito per realizzare il celeberrimo manifesto.

Il manifesto “We can do it!” non fu associato immediatamente al nome di “Rosie the riveter” e non fu nemmeno così popolare, all’epoca: creato per un progetto interno alla Westinghouse Company, fu esposto solamente per poche settimane. Dopodiché finì nel dimenticatoio. La stessa Geraldine non seppe di esserne stata la modella fino al 1984, quando una rivista americana pubblicò un articolo in cui le veniva accreditata la foto del poster. La sua riscoperta e la sua incoronazione ad icona del femminismo avvennero solamente nei decenni successivi, quando le attiviste presero ad invocare nel suo nome un più dignitoso trattamento sul posto di lavoro.

La prima vera volta in cui il nome Rosie venne associato ad una rappresentazione grafica della donna lavoratrice fu con il dipinto di Norman Rockwell, finito sulla copertina del Saturday Evening Post nel 1943. Rosie vi è ritratta mentre consuma il pranzo tenendo in grembo un attrezzo per fissare i bulloni e calpestando indifferente una copia del Mein Kampf hitleriano. La posa della donna è ispirata curiosamente ad Isaia il profeta ritratto nella Cappella Sistina. La modella di Rockwell fu Mary Doyle (poi Keefe), un’operatrice telefonica di Arlington – Vermont – all’epoca diciannovenne. Le venne chiesto di posare per impersonare Rosie e lei accettò. Ebbe modo di vedere il quadro ultimato solo successivamente, quando era già stato scelto come copertina del Saturday Evening Post: fu piuttosto sorpresa nel vedere come la sua esile corporatura fosse stata convertita in una silouhette decisamente più forzuta (tuttavia le scuse dell’artista non tardarono ad giungerle). Da questo momento in poi "Rosie" divenne il modo più comune per descrivere tutte le donne lavoratrici d'America che collaborono allo sforzo bellico (e viene tuttora usato per ricordarle).
La figura di “Rosie the riveter” ispirò un movimento sociale che fece registrare nel 1944 un aumento (rispetto al 1940) del 57% delle donne americane al lavoro. Sebbene le donne avessero in quel periodo guadagnato una certa visibilità e credibilità in quanto operaie (e non solo: i dati parlano di donne che davano il loro contributo all’economia americana ricoprendovi i ruoli più disparati), la paga che ricevevano per il lavoro svolto era comunque inferiore a quella percepita dai loro mariti: si parla di $31,50 alla settimana contro $54,65. Il lavoro era faticoso e sgradevole (psicologicamente difficile, se non altro perché ci si recava al lavoro sapendo che fuori impazzava una guerra, che gli uomini sarebbero potuti non tornare e che il lavoro doveva essere svolto in modo impeccabile); tuttavia molte donne vollero rimanere ai loro posti anche quando gli uomini fecero ritorno dal fronte. Furono però una minoranza: a guerra finita, gran parte delle Rosie tornò ad occuparsi della casa o di altre mansioni tradizionali, restituendo il posto di lavoro agli uomini che lo reclamavano. Ciononostante diversi storici hanno osservato come l’esperienza di Rosie sia servita a dare alle donne maggior fiducia in loro stesse, gettando le basi per ciò che, in seguito, si sarebbe sviluppato come un più compiuto movimento al femminile ed una più decisa partecipazione alla forza lavoro. Ciò che aveva legato tra loro le lavoratrici americane durante il periodo bellico era stata la nuova consapevolezza di essere in grado di fare i lavori tradizionalmente assegnati agli uomini, e per di più di saperlo fare bene.

Ho ritrovato in rete la testimonianza di una donna, Inez Sauer che durante la guerra lavorò per la Boeing come addetta agli attrezzi; mi sembra più che esaustiva di quanto si sta dicendo:

“Mia madre mi aveva avvisata del fatto che, una volta iniziato quel lavoro, non sarei più stata la stessa. Mi disse ‘ Non vorrai più tornare ad essere una casalinga’. A quel tempo non ci pensai; ma aveva ragione, cambiai davvero. Alla Boeing sperimentai una libertà e un’ indipendenza mai provate prima. Dopo la guerra non sarei più potuta tornare a giocare a bridge, ad essere una donna da club… non dopo aver visto che ci potevano essere dei lavori per i quali avrei potuto usare la testa. La guerra mi ha completamente cambiato la vita. Si potrebbe dire che crebbi solo allora, a trentun’anni.”

Qualche passo avanti era stato fatto, ma solo successivamente (negli anni Settanta, proseguendo negli Ottanta), la riscoperta della figura di Rosie divenne cruciale per le donne che intendevano lottare per vedere riconosciuti i propri diritti. Essa divenne infatti riferimento per le attiviste e venne riutilizzata persino all’interno della letteratura popolare. Nel 1981 è uscito un documentario dal titolo The life and times of Rosie the riveter curato da Connie Field, che ha avuto l’idea di girarlo dopo aver partecipato ad un meeting di storiche Rosie in California. Il film si basa sulla raccolta di interviste (circa 700) e ricerche: vi si racconta la vera storia di cinque donne americane che ebbero a lavorare in fabbrica durante la Seconda Guerra Mondiale, il tutto intervallato da musica dell’epoca, immagini e pubblicità di repertorio. Il film ha ricevuto diversi riconoscimenti e è stato doppiato doppiato in più lingue (non in italiano, purtroppo; ma i/le più abili con l'inglese non temano: si può facilmente rinvenire in rete).

Out of curiosity. Come molte altre icone note, anche la povera Rosie la rivettatrice ha finito per diventare oggetto delle più diaboliche campagne di marketing nonché di produzione di chincaglierie: esistono persino delle action-figures (sì, dei simil Big Jim) di Rosie, così come delle statuette dal testone semovente ispirate alla figura di Rosie-Geraldine, degli zoccoli con la sua effige sul davanti; persino quelle sfere-soprammobile (con la neve finta dentro) ne hanno tratto.

martedì 8 marzo 2011

Buona donna delle fest… ehm… buona festa delle donne!

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Mattina dell’8 marzo. Compro un noto quotidiano, prevedendo (come sempre) un luuungo viaggio in treno che mi porterà da Schio a Padova. Tra la guerra in Libia (beh dai, i barconi tra la Tunisia e Lampedusa sono peggio dei treni di Trenitalia) e la notizia che i laureati sono pagati sempre meno (evvaiii!!! Ora ho proprio voglia di laurearmi), l’occhio mi cade su una pubblicità della Renault alquanto strana.
Dopo qualche difficoltà nel ritrovarla pubblicata on-line, ve la ripropongo qui, ché magari mi date una mano a pensarci su.

Innanzitutto, mi ha ricordato che oggi è la festa della donna. Vabbè, poi l’avrei notato comunque vedendo i pakistani della stazione di Padova, prontamente convertitisi in distributori di mimose. Ma il punto è un altro (anche se sui pakistani che vendono fiori e oggetti sbrilluccicanti ci sarebbe da scrivere un libro, e forse lo farò. Ma forse anche no).
Qual è il messaggio? Cosa tu immagine pubblicitaria vuoi dire a me misera potenziale compratrice?
Lasciando stare la scarsa immediatezza dell’immagine (cos’è quella cosa sul tallone, uno schitto di piccione angolato in modo mirabile?), che rappresenta due “scarpe” (leggi: trampoli) di cui una graffiata e rovinata, non si capisce bene la dinamica che dovrebbe aver portato a questo risultato. Forse la frase potrebbe aiutarci un po’: “Ogni tanto, fatevi venire a prendere”.
Mmm ok.
Arrivata finalmente a Padova, chiedo aiuto a Coinquilino n°2 (in ordine di trasloco). Quasi subito – umiliandomi pesantemente – mi dà un’interpretazione convincente: una donna, che indossava suddette “scarpe”, ha guidato un’auto, ma, poverina, accelerando ha rovinato tutta la parte dietro della calzatura destra.
A parte il fatto che se MAI indossassi tali manufatti (o chinafatti) MAI mi verrebbe in mente di guidarci (mai sentito parlare di, dicesi, cosiddette, “scarpe di ricambio”?)
In che senso mi stai facendo gli auguri per la festa della donna?
Nel senso che, cara donna, va bene giocare a fare l’uomo, oggi però puoi rilassarti e in questo giorno speciale tutto per te potrai seguire la tua natura e rifugiarti a piagnucolare sulla mia forte spalla virile. Certo, poi sarebbe un peccato che mentre sei impegnata nella tua guida (molto stressante, donna al volante…) per andare a prendere i bimbi a scuola mentre torni dalla palestra ti si rovinino le scarpe… Insomma, non vorrai mica presentarti così sgualcita e smettere di essere appetibile al tuo uomo?!? Prenditi un po’ di tempo per te, fatti un po’ carina, su, che questa settimana non ti sei neanche fatta la ceretta alle braccia!
Ah quindi riduci l’indipendenza femminile alla fantasia maschile di avere in casa una (finta) dominatrix con il tacco 12?
Sì.
Ah quindi in realtà il target non è la donna che, come si sa, in casa non porta i pantaloni (al limite un paio di hotpants) ma l’uomo che tiene i cordoni della borsa?
Embè.
Dopo questo disturbante dialogo con la pagina di giornale, ho voluto smettere per un attimo con i viaggi mentali (devo finirla di parlare con gli oggetti inanimati!) e andare a cercare qual era il concept originale dell’inserzione pubblicitaria, per sapere se sono io acida e diffidente o…
«Renault invita tutte le donne ad abbandonare, almeno ogni tanto, il loro ruolo di donna indipendente e a lasciarsi coccolare dagli uomini, restituendogli l'antico ruolo di cavalieri» (link)
Ah. Bene ora scusate ma devo andare, scrivendo mi si è rotta un’unghia.

lunedì 7 marzo 2011

Le scimmie conquisteranno il mondo (insieme ai delfini)!

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Pensavi che Socrate fosse un grande filosofo quando diceva “so di non sapere”? Sei un macaco! – si poteva dirgli. Infatti, ora è provato che i macachi non solo sanno distinguere tra un quadrato denso di puntini e uno semi-vuoto, premendo il tasto corrispondente (sai che roba!), ma sono anche in grado di capire quando non sono sicuri della risposta, e rispondere “non lo so”. Fonti non verificate sostengono che Socrate, poco prima di suicidarsi, parlò con un macaco, sentendosi inutile. Questa sarebbe stata la ragione dell’estremo gesto.


Due ricercatori americani (vi dico anche i nomi per fare la fica), Smith & Beran, hanno messo alla prova alcuni macachi. Qui trovate il video dell'esperimento.

Le applicazioni di questa scoperta sono molte: gli autori della ricerca, se gliene fregasse qualcosa, suggerirebbero ad esempio di sostituire alcuni Macachi ai Questori, facendo loro osservare le piazze da una finestrella. Finalmente si scoprirebbe la “densità” dei partecipanti delle manifestazioni, e se poi non si sa, beh, non si sa. Ma almeno si sa di non sapere.

Berlusconi, in previsione della prossima manifestazione targata Pdl, ha già fatto sapere che i macachi sono notoriamente di matrice comunista. In effetti, la specie studiata (macaca mulatta) proviene dall’Asia.
(nel disegno qui a lato, la mia interpretazione di scimmia dubbiosa, asiatica e vagamente minacciosa, e quindi comunista)
Smith & Beran, comunque, hanno una lunga tradizione nel rompere le scatole agli animali per fare loro domande stupide: già nel 1995, infatti, avevano fatto un esperimento con i delfini (link all’articolo scientifico sempre per fare la fica) che si svolse più o meno nello stesso modo. Facevano sentire ai delfini un suono più o meno acuto e loro, sempre tramite l’uso di pulsanti, dovevano dire se la frequenza era alta o bassa. Se facevano giusto, la ricompensa era pesce. Avevano anche loro a disposizione un pulsante “boh”.
Gli scenari che si prospettano in seguito a questi studi sono i seguenti:
a) I macachi colonizzano l’intera superficie terrestre e i delfini quella marina, scontrandosi poi in una guerra all’ultimo sangue.

A ben vedere, questo è l'unico scenario plausibile.

domenica 6 marzo 2011

La spesa con consapevolezza

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Stiamo vivendo in un periodo in cui il mondo è scosso da numerose problematiche, a causa delle quali spesso sembra che l'uomo sia destinato a fare del male.
E se oggi siamo concentrati sulle rivolte in nord Africa e sul malgoverno italiano, un domani quali guerre e quali omicidi affolleranno i nostri giornali? Ci sarà mai la pace? È veramente possibile un altro mondo? E noi persone comuni come possiamo contribuire per migliorarlo?
La filosofia indiana afferma che ogni piccola buona azione di ogni uomo migliora un pochino il mondo; io ne sono convintissima, soprattutto quando al giorno d'oggi ogni buona azione è fare politica. Eh sì, fare politica è fare la raccolta differenziata, è eseguire con impegno il proprio lavoro e pensate un po': fare politica è anche fare la spesa.
I soldi dal supermercato giungono attraverso vari scambi alle società che producono e distribuiscono il prodotto acquistato. Queste società hanno un potere e una responsabilità verso i propri dipendenti e se fornite di sufficiente denaro possono anche influenzare un governo. In questo modo l'acquisto di un prodotto al posto di un altro assume un'importanza enorme; infatti alcune delle multinazionali più potenti tra cui la Coca-Cola, la Nestlè, la Nike, la Chiquita e altre, nei paesi dove hanno le fabbriche hanno una grande influenza. I lavoratori tra cui donne e bambini sono sfruttati in modo indegno come fossero oggetti e non hanno alcun diritto.
Ecco alcuni esempi:

-Chiquita:
dai dati di Equoeconomia del 1999 si sa che la Chiquita e altre società cercano di distruggere i sindacati indipendenti dei lavoratori licenziando gli attivisti sindacali e li schedano in apposite “liste nere” affinché non possano trovare lavoro in altre piantagioni. Tutto ciò è naturalmente contro il diritto dei lavoratori di riunirsi in sindacati. Inoltre il sindacato SITRAP ha denunciato l'esistenza di squadre armate nelle piantagioni che creano un clima intimidatorio.

-Coca-cola:
tra il 1994 e il 1996 Coca-Cola ha pagato varie multe per aver violato molte volte le leggi sul lavoro.
Negli Stati Uniti alcuni dipendenti afro-americani di Coca-Cola l'hanno denunciata per discriminazioni razziali.
In più promuovendo la vendita di bevande in lattina e plastica contribuisce alla produzione di migliaia di tonnellate di rifiuti e stimola il consumo di alluminio.

BOICOTTAGGIO significa esercitare il potere di noi consumatori ovvero la libertà di acquistare o meno un prodotto per produrre dei cambiamenti di una determinata azienda che non rispetta i princìpi etici in cui crediamo.
In questo modo nel nostro piccolo possiamo dare un contributo al miglioramento del mondo perchè se si è in tanti, cambiare è sempre possibile.
P.S: per ulteriori informazioni vi consiglio di leggere il libro “Guida al consumo critico”.

venerdì 4 marzo 2011

Lady Gaga: la genesi di un mostro

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C'era una volta – e c'è ancora – Lady Gaga.
Stefani Germanotta ha iniziato la sua videografia in una guaina di lattice da far invidia a Catwoman. Si dimenava cantando po-po-po-pokerface e facendo felici tutti i discotecari del globo terracqueo. Si dipingeva i fulmini sulla faccia, e si beava del gossip che le dava del trans.
Dopo un po' di tempo, raggiunta una notorietà sufficiente, si è stancata di essere una scialba italoamericana imparruccata; ha iniziato – pericolo! - a cercare di dare un senso a quello che faceva. Un senso inteso come un progetto artistico di classe superiore, che doveva farla diventare una paladina dell'Arte e della Musica.
Il mio cuoricino impermeabile al pop è stato conquistato da un paio di scarpe a forma di armadillo ed un testo pseudo-tormentato; il giorno in cui Bad Romance è entrata nella mia vita, mi sono abbandonata alle gioie del gaghismo (?) senza rimorso.
Mi sono ritrovata a scoprire canzoni veramente degne di nota – Speechless, una su tutte – e a chiedermi se forse avevo sbagliato tutto, ed il mio iniziale odio per la signora Gaga non fosse stato che un vile errore di giudizio.
Poi è passata a vestirsi da suora in pelle rossa, e poi a dimenarsi con il didietro all'aria nel corridoio di una prigione.
Non che il mio intrinseco moralismo cattolico ne sia rimasto turbato, ma già su Alejandro avevo perso il filo di questo progetto di cui andava (ma sopratutto andavo) sproloquiando da mesi.
Dopo l'uscita in completino di bistecca che ha agitato gli animi di molti, ai Grammy di qualche settimana fa si è travestita da uovo*.
Io, che mi stavo sbrodolando allegramente sul nuovo singolo Born This Way, uscito pochi giorni prima, sono rimasta pietrificata quando ho letto che è stata all'interno dell'uovo 72 ore ed è stato “del tempo di prepararsi, pensare al significato della canzone ed essere pronta per l'esibizione. Volevo davvero nascere sul palco.”
L'intera Haus of Gaga sta diventando una boiata immensa, e immagino non solo ai miei occhi. Perdo le mezz'ore ad interrogarmi sulla sensazione di triste vuoto che mi lascia qualsiasi cosa che abbia a che fare con lei e la sua ghenga di artisti.
Ho smesso di pensare “zomg! Scandalosa” e l'ho sostituito con “ma per carità!”.



Uscito pochi giorni fa, il video di Born This Way presenta una specie di mito sulla rinascita di Lady Gaga dopo la sua “morte” con The Fame Monster. Il tutto viene chiamato “The Manifesto of Mother Monster”, e si compone di impressionanti immagini in cui Gaga partorisce non si sa bene cosa.
Fa i suoi soliti balletti, ancora una volta seminuda, fa le smorfie truccata da scheletro, si aggira con un mitra e quegli inquietanti impianti sottocutanei che a quanto pare sono veri.
Fa omaggio – o forse scimmiotta? - Michael Jackson e Madonna – non quella che sta nell'Alto dei Cieli, ma quella che fa pilates nella sua palestra privata (ma, in effetti eventuali diramazioni di questo tema della nascita potrebbero portarla in territori più che blasfemi).

Io le voglio ancora bene e credo che sia una Grande Artista, ma non riesco a capire fino a che punto si prenda sul serio, ma sopratutto fino a che punto ci stia prendendo per il culo tutti quanti.
Questa storia dei Monsters ha superato l'accettabile, trasformandosi in una specie di mito di nascita del mondo che neanche Tolkien.
Lei ha sorpassato il limite del buongusto – macché buongusto, della decenza! Macché decenza, del .. non so, dell'accettabile da una persona di mentalità molto aperta.
Morale: non ci si deve vergognare di voler bene a Lady Gaga, l'importante è non crederci troppo. O non crederci per niente.

* Peraltro, se si scrive in google “Lady Gaga Egg”, il primo suggerimento è “Lady Gaga Egg Hatching”. Spero che hatching sia nel senso di "schiudere" e non "covare", perché se ci fosse davvero una storia secondo cui Gaga cova le uova, non credo di volerla leggere.

giovedì 3 marzo 2011

Sesso e volentieri

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English teens do it better (o almeno ce' provano).
Da qualche settimana sull'inglese channel 4, rispettabilissima rete “per famiglie”, va in onda uno show i cui contenuti hanno scatenato un putiferio nell'opinione pubblica. La pietra dello scandalo è “The joy of teen sex”: format semplice e scarno in cui ai giovanissimi protagonisti viene offerta la possibilità di recarsi nell'equivalente glamour di un consultorio dove possono ricevere consigli di vario tipo. Fin qui nulla di eccessivamente sconvolgente: se ci si limitasse a parlare di malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate si potrebbe anche rientrare nei limiti del decoro. Quello che ha turbato i sonni dei benpensanti d'oltremanica è il fatto che in questo “sex shop” non si elargiscono solo consigli medici e fornisce supporto psicologico, ma si insegna ai ragazzi a migliorare il proprio modo di fare sesso. Dal sesso anale al bondage, dai rapporti gay/lesbo all'uso dei sex toys fino alle tecniche migliori per praticare un pompino. E chi più ne ha più ne metta, secondo la curiosità bruciante degli adolescenti in questione.
“I nostri figli non fanno questo” è stata la categorica affermazione dei britannici. A quanto pare si sbagliavano visto il successo che lo show sta riscuotendo. Dopo aver visto le prime tre puntate, la curiosità mi ha spinta a vedere se in altri paesi esistono format di questo tipo e, in caso affermativo, quali sono state le reazioni del pubblico a casa. Il mio “viaggio” è iniziato dall'Italia, dove, manco a dirlo, non esiste nulla di simile. Su Mtv infatti va in onda, ormai da anni, Loveline, un programma dedicato all'approfondimento di tematiche sessuali. E' già qualcosa, ma, dalla conduzione al modo in cui questi temi vengono trattati, sembra più una lezione scolastica che altro. Un secondo show, importato direttamente dagli usa, parla di ragazze under 18 che diventano mamme (con un omologo tutto italiano arrivato solo a un paio di puntate). Anche qui la differenza di format si vede: gli americani ci presentano il tema delle gravidanze teens in modo piuttosto variegato, raccontando la vita delle giovani entusiaste di diventare madri e quella di chi decide di dare in adozione il nascituro. Insomma: non tutto è rose e fiori. Lo show italiano invece ad oggi riporta solo esperienze estremamente positive di ragazze che sembrano quasi avere la vocazione a fare le madri. Poche contraddizioni, poche discussioni, poca “dura realtà”. Ma non è su questo che volevo soffermarmi, quanto sul livello di educazione sessuale che i ragazzi hanno in Italia, sulla loro consapevolezza e su quanto ancora si potrebbe fare per loro.
Premetto che se quando avevo 15 anni ci fosse stato in Italia un “The joy of teen sex” sarei stata ben lieta di vederlo, anche perché avendo frequentato fino ai 14 anni una scuola cattolica la mia educazione sessuale è stata risibile. Un paio di lezioni di “biologia” e altrettante di “educazione all'affettività” gestite da una suora che, ricordo ancora, mi disse “Povera bambina” con aria compassionevole quando avanzai l'ipotesi dell'uso dei preservativi almeno in contesti di disagio per evitare malattie e gravidanze “non sostenibili”. Sempre meglio, mi viene da dire, dell'attuale situazione della scuola italiana, dove l'educazione sessuale sembra una chimera. Giovani e giovanissimi lasciati allo sbaraglio. Il punto è che a una certa età si fa sesso, sia che si abbiano le informazioni corrette, sia che non le si abbia. L'equivoco del “non parliamone così i ragazzi non si pongono il problema” è fatale. La testa dei ragazzi può anche non porselo, ma tutto il resto funziona splendidamente per conto proprio. Dato per assodato che allo stato attuale non esistono possibilità di una reale riforma dell'insegnamento dell'educazione sessuale nelle scuole (che poverette fra poco chissà se si reggeranno ancora), dovrebbe essere la restante società a farsene carico, come accade ad esempio nelle scuole gestite dalla provincia di Roma, dove, accompagnati da una levata di scudi e da un altrettanto congruo putiferio, sono stati installati distributori di preservativi. Meno nocivi, mi viene da dire, di quelli delle merendine. Restano però casi isolati. Che cosa succederebbe però se una rete italiana decidesse di trasmettere, in una fascia oraria accessibile ai teen ager, “The joy of teen sex”? Di sicuro un'infinita polemica che porterebbe alla chiusura del programma e questo perché non è accettabile che dei ragazzini facciano sesso e lo facciano serenamente, in modo sicuro e godendoselo. Pongo l'accento sull'ultimo termine perché mi pare la differenza fondamentale fra l'approccio italico e quello oggi proveniente da oltremanica: goderselo. Perché qui, anche quando si fa educazione sessuale, si tengono lezioni di quasi terrorismo su malattie e gravidanze, ma mai e poi mai ci si sognerebbe di spiegare ad una ragazzina come raggiungere un orgasmo. Il punto? Siamo ancora fermi ad una visione della sessualità finalizzata alla riproduzione e poco altro. Sicuri che ne valga la pena? Io personalmente no e su queste pagine vedrò di dire la mia...anche perché “così fan tutte”.

mercoledì 2 marzo 2011

I cosmetici per bambine marchiati Walmart (o: un'ode alle distruttrici di mondi)

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Quando torni a casa dall'università con la testa che ti esplode e ad accoglierti a braccia aperte su Google Reader è un post nel quale si segnala che Walmart sta lanciando una linea di 69 prodotti cosmetici e anti-età per bambine dagli 8 ai 12 anni, credo sia lecito domandarsi: "Sono sveglia o sto forse dormendo?".
Sfortunatamente per noi esseri umani, questa notizia non è un semplice incubo destinato a dissolversi nel corso della giornata. La linea in questione si chiama Geo Girl e presto sarà disponibile negli store di Walmart, con tanto di packing "eco-friendly" e grande sfoggio di presunti "ingredienti naturali" (qui trovate informazioni che suggerirebbero il contrario).



Giustamente si sono già levate alcune voci contro quest'iniziativa che, oltre a suonare un tantino ridicola, contribuisce a rinsaldare un modello che certo non giova alle bambine stesse. Quest'ultime vengono precocentemente bollate come consumatrici, la cui responsabilità è quella di apparire gradevoli e di tardare il più a lungo possibile la comparsa del tanto temuto decadimento fisico (sì, perché evidentemente basta qualche segno sulla pelle per fare di te una "megera" le cui zampe di gallina sono un chiaro segno di mancanza di autostima e pulizia).
Di fronte a tali ridicolaggini cosmetiche, non ho potuto fare a meno di provare svariate forme di sconcerto, poiché una era decisamente troppo poco.
In primo luogo ho ripensato alle mie compagne di classe delle medie e delle superiori che, a forza di stuccarsi la faccia con tonnellate di cremine anti-acne piene di derivati del petrolio e fondotinta di dubbia provenienza, si trovano oggi con il viso rovinato, costrette in un circolo vizioso cosmetico. Fondotinta, ciprie e terre varie vanno a ricoprire pelli seccate e segnate da quegli stessi prodotti industriali, usati fin dalla comparsa dei primi brufoli, con la scusa di apparire presentabili, e finendo invece per soffocare la propria faccia, aggravando la situazione. La prospettiva di vedere bambine di otto anni che si sottopongono agli stessi trattamenti non è certo allettante.
Mi piacerebbe poter guardare a queste geniali trovate delle multinazionali della "cura del corpo" come a casi isolati e surreali, ma sfortunatamente esse si inseriscono senza sforzo alcuno all'interno di un modello di femminilità unico e univoco, che il comune cittadino può avere difficoltà a smentire, dato che esso è propagandato a destra e manca dai mass media. Le bambine sono caldamente invitate ad uniformarvisi, a dedicare particolare attenzione al loro aspetto fisico (cosa che invece non viene richiesta ai bambini) e a mettere a tacere la piccola "distruttrice di mondi" che vive in loro.
Dico "distruttrici di mondi", mescolando gli scritti di due dei miei sociologi preferiti (Erving Goffman e Harold Garfinkel), poiché è tipico dei bambini mettere in crisi il mondo di regole non scritte degli adulti, ad esempio con il gioco dei perché (e i suoi inevitabili loop fatti di risposte che non sappiamo dare) o scatenando l'imbarazzo diffuso dei più agé con uscite giudicate tanto spontanee quanto infelici.
Il fatto stesso che i prodotti Geo Girl siano stati concepiti conferma l'impressione che le bambine stiano venendo progressivamente private del loro diritto ad essere distruttrici di mondi, a non essere sempre e comunque "carine", "disponibili" e "aggrazziate". Certo, ci sono bambine (e bambini) che giocano a truccarsi con la massima serenità, ma non dobbiamo dimenticare che la strada per la moltiplicazione dei modelli di femminilità (nei quali possano identificarsi anche le persone che hanno interessi e desideri diversi) è ancora lunga.
 
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