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martedì 26 luglio 2011

You are going to be Lemoned!

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Questa settimana parliamo di una serie di un’altra alumna del Saturday Night Live: Tina Fey. Forse la più famosa: è stata anche la prima donna ad entrare nel team degli scrittori dello show.

La simpatica donzelletta ha scritto e prodotto 30 rock, arrivato ormai alle sua quinta stagione e, ovviamente, trasmesso da Nbc (la stessa rete che trasmette il SNL). Il telefilm si basa sulle esperienze televisive di Tina. Il titolo, infatti, è l’abbreviativo di 30 Rockefeller Plaza, l’indirizzo degli studi televisivi della Nbc a New York.
La protagonista è Liz Lemon, interpretata proprio dalla Fey. Liz è la scrittrice capo del team di The Girlie Show, uno show comico che usa la stessa struttura del SNL. Nella prima puntata la vita della trentenne viene sconvolta dall’arrivo del nuovo direttore esecutivo del network, Jack Donaughy.
Il nuovo boss non solo vuole assumere Tracy Jordan, un attore completamente fuori di testa, ma licenzia il produttore dello show. Il solo fatto che ci possa essere un nuovo attore, scatena una crisi nella protagonista del Girlie Show, Jenna Marooney. La bella attrice, amica di Liz da molti anni, è piena di insicurezze e manie ed è compito di tutta la crew cercare di minimizzare le sue necessità da diva.
In questo primo episodio conosciamo anche gli altri personaggi che popolano la serie. C’è Kenneth, il page. Innamorato della televisione, il ragazzo di età ignota, è cresciuto in Georgia in una famiglia molto cristiana e molto bigotta. C’è poi tutto il team degli scrittori tra cui spiccano Frank Rossitano, un italo-americano che indossa sempre dei cappelli con scritte simpatiche, Toofer, un ragazzo di colore laureatosi ad Harvard, e Lutz che viene sempre preso in giro dal resto della troupe.
Ma torniamo a parlare della nostra protagonista. A Liz piace mangiare, è eccessivamente sarcastica e non ha molta vita sociale. Per questo il manager di successo Jack Donaughy la prende sotto la sua ala protettiva e diventa il suo mentore. Questo è un ottimo esempio di amicizia tra uomo e donna in cui non ci sia nessun secondo fine, se non quello di migliorarsi a vicenda.
La trentenne è anche una donna in carriera, non solo è a capo di uno show televisivo, ma ha vinto un Emmy e scrive anche un libro. Il fatto di aver fatto successo nel campo lavorativo però non la soddisfa: infatti, anche se non ha un compagno fisso, vorrebbe adottare un bambino.
Liz è un po’ il sunto di tutte le insicurezze delle donne moderne, ma rappresenta anche la figura della donna intelligente che deve affrontare un mondo a lei avverso. Molto spesso infatti viene citata come rappresentante televisiva del femminismo moderno. Di questo si è parlato molto durante il corso della serie, tanto che anche Tiger Beat Down ha analizzato il personaggio in un post molto bello. Devo dire che di tutti i personaggi femminili che "ho conosciuto" durante i miei anni da television nerd, Liz è quello cui penso di assomigliare di più e quindi la considero un modello a cui ispirarsi. Anche perchè Liz Lemon e Tina Fey si fondono in un unica persona che non si può fare a meno di ammirare.
La serie oramai ha passato le cento puntate e proprio per la centesima puntata è stato fatto un esperimento molto interessante dal punto di vista televisivo. La puntata è stata girata in diretta. In Usa questo vuol dire dover ripetere l'episodio due volte, una per la East coast e una per la West coast. Una serie infinita di guest star hanno partecipato all'episodio celebrativo, per esempio Tom Hanks, Michael Keaton e Kelly Ripa. Grazie a questo episodio si può apprezzare in pieno la bravura degli attori e l'intelligenza degli scrittori.
Tra poco inizierà la sesta stagione che, purtroppo, sarà l'ultima di Alec Baldwin (che interpreta Jack) quindi affrettatevi a recuperarla.

Voci di corridoio mi informano che stanno trasmettendo 30 rock il sabato e la domenica alle 19.30 su Rai4.

venerdì 1 luglio 2011

Grassroots Internet Revolution

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- La sociologa Chiara Saraceno sulla bozza della finanziaria e l'impatto che i tagli avranno su moltissime donne italiane (su La Repubblica, via Lipperatura).

- Una bella compilation di Bitch Media che raccoglie dei pezzi originalmente scritti e/o registrati da artisti di colore, ma che hanno raggiunto il successo e la notorietà solo dopo essere stati coverati da artisti bianchi. Fate particolare caso alla versione originale di "Tainted Love" di Gloria Jones.

- Frankin D. Roosevelt abbigliato con un bel vestitino bianco e delle scarpine di vernice?

Betty Draper legge Francis Scott Fitzgerald, Mad Men, stagione 1
- Flavorwire propone un listone con tutti i libri che compaiono nella serie tv Mad Men. Prendete appunti per le vostre letture estive.

- Una bella riflessione di Paolo Nori sul calo del consumo dei quotidiani in Italia.

- Facebook vs "vita reale" in un video della English National Opera.

venerdì 20 maggio 2011

Parola di donna, un'ora al Salone del Libro.

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Il Salone internazionale del Libro di Torino non è mai stato un mio rito annuale. Certo non per la sua natura di luogo di consolidamento del potere e neanche per la noia del viaggio in tram. È proprio che il libro a casa mia non si usava. “Per i libri ci sono le biblioteche”, tuonava (ma benevolmente) mio padre, il cui unico affetto materiale si dirigeva (e si dirige tuttora) verso affarini dalle forme bizzarre, presumibilmente materiale elettrico di recupero, con cui sono sempre stata tentata di fabbricare orecchini. “E poi ti fanno anche pagare il biglietto! Per spendere altri soldi! Follia.” Certo che se vai alla fiera del libro per comprare e farti firmare l'ultimo libro di Mario Giordano (ma come fa ad avere quella pelle lì, mi chiedo, nivea) in coda allo stand Mondadori (la cui evitazione a questo punto è un atto politico e di buonsenso) sono dieci euro spesi molto, molto male. Ma poi il tempo, dico io. Il tuo preziosissimo tempo. S'intitola Sanguisughe. L'uomo di spalle si volta e dice: “Parla di giornalisti, immagino”. Il pubblico ride. La scena non si svolge in questo paese. Perché non farebbe ridere.

Uno degli incontri del Salone a cui ho assistito è pertanto di interesse in questa sede. Si tratta della presentazione del volume Parola di donna curato da Annarita Armeni, edito da Ponte Alle Grazie. Presenti la curatrice, Anna Bravo storica delle donne, Farian Sabahi giornalista e storica dell'Iran, Michela Murgia scrittrice (e, mi han detto, telefonista). Femministe, liberali o radicali che siano, di provenienza comunque istituzionale (se per istituzione intendiamo ciò che viene dall'università e dai quotidiani e dal mondo editoriale maggioritario) riunite per riparare insieme al “ratto delle parole”, definito tale da Armeni, operato ai danni dell'umanità femminile e per il quale sarebbe da pagare un riscatto, ciò che noi potremmo chiamare compromesso, così come per pagare il riscatto della bellezza si finisce sotto i ferri del chirurgo plastico. Le parole sono cambiate assecondando il cambiamento del mondo, il volume si propone dunque come vocabolario originale di cento lemmi scritti da altrettante eterogenee voci femminili, provenienti dai campi più disparati (seduta tra gli sparuti presenti c'è Susanna Camusso, autrice della voce Lavoro). Particolarmente interessante la chiave di lettura data alla voce Morte da parte di Murgia, la quale sottolinea un elemento mediatico che sarà anche sfuggito agli heavy (tv) viewers ma che a questo punto non può più sconvolgerci: è la mancanza di narratività della raffigurazione della morte della donna. La sua vita, piegata in effetti ad appendice funzionale di quella del compagno, che ne è il vero protagonista, non potrà che morire straziata dal dolore (sic), per quanto la morte possa essere dovuta a cause meramente organiche (l'esempio eclatante, come sottolineato dall'autrice stessa, è nella morte mediatica di Sandra Mondaini, di poco successiva a quella del consorte). Questa morte è, per l'autrice sarda, una rappresentazione invivibile, in effetti deprecabilmente radicata nel senso comune, una di quelle parole rapite che vanno restituite quanto prima e senza riscatto alcuno. [È in uscita il suo nuovo lavoro, Ave Mary, presentato altrove in questo enorme complesso espositivo. Quando esco dalla presentazione spero di essere in tempo per prendere una birra gratis presso uno stand di ragazzi cattivi (ometto volontariamente la casa editrice) ma il ragazzo in camicia di flanella ha finito tutto e mi consiglia qualche volume noir che mi limito a guardare sogghignando.] 
Sabahi, iraniana di seconda generazione in occidente, ci racconta che l'Islam non è un blocco monolitico e che la realtà del femminismo islamico è vitale e complessa. Mentre espone le sue disavventure yemenite (su come alle donne non sia concesso fare pressoché nulla senza la vigile presenza di un uomo) una signora seduta dietro di me prende a sbottare fastidiosamente. Mi guardo intorno e vedo solo vecchi. Non anziani. Vecchi. Incredibile come, anche in questo contesto, si sia trascinati e forzati al ragionamento sulla generazione. Le divisioni delle divisioni delle mie gerarchie mentali. Ho la sensazione di aver aggiunto comunque un tassello alla comprensione di come chi ci ha precedute – evidentemente sopravvivendo, nelle pieghe (o nelle piaghe) della società – ha interpretatogli ultimi anni e l'eventuale specificità del femminile, con le sue vecchie/nuove richieste.

P.s. Va detto che adesso faccio parte del club di coloro a cui la mensola svedese per i libri non basta più; e non solo, la mensola svedese è stata abilmente installata al di sopra del mio letto, dunque man mano che il carico culturale aumenta crescono le probabilità che io ne venga schiacciata e muoia – nel sonno o meno – sotto il suo gravoso contenuto e questo ha un potenziale metaforico che per ora si può tralasciare. In soldoni, questo è uno dei primi anni in cui io, da prodotto ottimale di una società tutto sommato scadente, ho cominciato ad interessarmi della totalità dei libri in commercio e di tutti i suoi generi.
Ok, a parte il thriller.
Ok, a parte i romanzi romanzati romantici romanzeschi. I romanzi-quelli.
Ok, a parte le 'storie rock'.
Ok, a parte i memoir delle persone pubbliche.
Ok, facciamo a parte i memoir in genere.
Insomma, tutti quei volumi con una pessima copertina.

martedì 17 maggio 2011

Dominique Strauss-Kahn è la vera vittima? La parola a Giorgio Stracquadanio

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Cercavo frammenti dell'Infedele di ieri sera. Forse è troppo presto o forse sono stata un'illusa a pensare che le affermazioni di Giorgio Stracquadanio in chiusura della trasmissione potessero diventare un tormentone facebookiano ed youtubiano nel giro di poche ore. Staremo a vedere.

Riassumo dunque quanto avvenuto per chi non avesse avuto il piacere di seguire la puntata.
Discutendo del peso dell'elettorato femminile sui risultati delle comunali, che andavano definendosi in quei minuti, Lucia Annunziata e Gad Lerner hanno portato il discorso sul più ampio tema del fallimento di una certa immagine della donna in politica. La donna pronta a difendere Berlusconi con le unghie e con i denti, anche a costo di negare l'evidenza e denigrare sé stessa in quanto membro della categoria delle donne italiane. La Annunziata sosteneva come negli ultimi tempi molte elettrici si siano stufate, probabilmente perché non riescono ad identicarsi e conseguentemente a sostenere quelle che dovrebbero essere le loro rappresentanti a livello nazionale e talvolta anche locale.
Successivamente ha affermato che questo clima mutato e mutevole lascia trasparire un'altra questione interessante, che procede a braccetto con il rifiuto di un immaginario fatto di signore incazzate, ma sotto sotto "zerbino": forse che le donne abbiano raccolto il coraggio di denunciare i potenti che hanno commesso violenza su di loro?
Dominique Strauss-Kahn
Un esempio chiaro e forte giaceva su un piatto d'argento da parecchie ore, nella forma della cameriera afroamericana che ha recentemente denunciato il direttore del Fondo Montetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn (fino a un paio di giorni fa uno degli uomini più potenti del mondo) per stupro.

L'esempio poteva essere più o meno condivisibile, più o meno calzante. Mi sarei aspettata le reazioni più disparate, magari un attaccarsi all'erroneità del sopraccitato paragone tra Stati Uniti e Italia. Invece è stato detto qualcosa che non mi aspettavo di dover ascoltare.
Giorgio Stracquadanio
Giorgio Stracquadanio, deputato del PdL, già noto per altre sparate su "potere e donne", ha fatto notare che ormai la classe politica è soggetta a costante persecuzione giudiziaria e giornalistica. Ha poi aggiunto che, visti i tempi che corrono, dovrà cominciare a preoccuparsi di prendere l'ascensore in sola compagnia di una persona di genere femminile, perché potrebbe poi trovarsi ingiustamente accusato di molestie o stupro prima ancora di raggiungere il piano al quale si stava recando.

Ah, il clima da caccia delle streghe! Ah, caro Giorgio, quant'è facile rivoltare la frittata, dichiarare che la vittima è Dominique Strass-Kahn, la cui carriera politica è finita nelle fogne, e non la cameriera di Harlem che è stata presa con la violenza. Dimmi, lo fai solo per difendere Silvio, per spostare l'attenzione sui danni alla sua immagine, o sei veramente convinto di quello che dici? Perché se ne sei convinto credo che tu abbia un serio problema di misoginia e, in ogni caso, dovresti dimetterti.
Sì, lo so, oggigiorno in Italia non si dimette più nessuno e poi tu non stavi parlando di Silvio. Stavi parlando di un tizio incredibilmente pieno di soldi e di potere che ha abusato della sua posizione, accaparrandosi il corpo di una donna non consenziente. O, visti i suoi precedenti, forse di più donne.

Devo dunque rassegnarmi; non ti dimetterai. Penso però che, se Lucia Annunziata ha ragione, forse il clima sta veramente mutando. E forse hanno ragione anche gli esponenti dell'opposizione che erano in studio da Gad Lerner ieri sera, quando hanno ringraziato Stracquadanio per la sua ridicola sparata, sostenendo che essa contribuiva non poco a portare acqua al loro mulino in vista dei ballottaggi.
Non si dimetteranno, certo, ma possiamo cacciarli dal Parlamento e dai municipi delle nostre città a suon di voti.

mercoledì 27 aprile 2011

Some people think little girls should be seen and not heard but I think oh bondage up yours!

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Poly Styrene R.I.P. 

Non mi è facile parlare di Poly Styrene senza precipitare nel già detto, nel già sentito.
Mi limiterò quindi a ricordare la soddisfazione e il sollievo che provai nell'ascoltare Germ Free Adolescents per la prima, la seconda, la terza volta. Ero incredula. Il punk così come lo si trova oggi raccontato nei libri non era dunque fatto solo da uomini, pensai. Non era fatto solo da uomini, mentre le loro fidanzate si limitavano a finire nelle foto che decenni dopo avrei attaccato ai muri della mia camera. Fidanzate in formato spaghetti, copie carbone di Joey Ramone. Fidanzate di cui tutto sommato si sa poco, se escludiamo Nancy. Nancy di cui credo di non aver mai saputo il cognome, perché tanto basta dire la Nancy di Sid Vicious e tutti capiscono di chi stai parlando.
Poly Styrene, leader degli X-Ray Spex, era una straordinaria eccezione nel calderone del punk. In primis, era una frontman donna all'interno di una scena musicale dominata dagli uomini. Ma per me la bellezza di Poly Styrene stava soprattutto nella sua urgenza creativa, nei suoi testi, nella sua estetica e nel fatto che portasse l'apparecchio. Quest'ultimo dettaglio potrà sembrare insignificante, ma all'epoca lo interpretai come una dimostrazione del fatto che, nonostante i rituali di denigrazione cui sono tutt'ora sottoposti i portatori di ferraglia ortodontica, c'era speranza anche per noi weirdoes.
Poly Styrene era ed è questo per me. La dimostrazione del fatto che potevo essere me stessa, che nessun ridicolo standard estetico o club di soli uomini poteva frenarmi.

Lunedì un cancro al seno se l'è portata via. Aveva solo 53 anni. Oggi è uscito postumo il suo ultimo album da solista, Generation Indigo.






martedì 19 aprile 2011

Introducing Peggy Oki

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Di recente mi è capitato di vedere il film “Lords of Dogtown” di Catherine Hardwicke, datato 2005. Pur avendone spesso sentito parlare, non mi era riuscito di vederlo prima di quest’anno; spero lor signori lettori vorranno perdonare questa mia mancanza di tempestività.

Per chi non lo sapesse, il film racconta la vera storia di un gruppo di ragazzi che negli anni Settanta rivoluzionarono la pratica dello skateboarding ( il “Dogtown” del titolo è un quartiere degradato di Los Angeles dove il team Zephir - cui questi ragazzi presero parte - viveva, si esercitava, innovava e faceva casino).
Per farla breve, in quegli anni a Venice Beach c’era questo negozio di attrezzature da surf (il “Jeff Ho Surfboards and Zephir Productions Surf Shop”) gestito da - come il nome stesso suggerisce - Jeff Ho assieme a Craig Stecyk e Skip Engblom. Ho ed Engblom (nel film interpretato dal sempre incredibile Heath Ledger, pace all’anima sua) diedero vita in un primo momento allo Zephir Surf Team, coinvolgendo dei ragazzi che frequentavano quella zona compreso Pacific Ocean Park (ex parco divertimenti comprensivo di pontile che in seguito alla sua chiusura nel 1967 divenne punto di ritrovo fisso di questi giovani surfers, future figure mitiche del mondo dello skate) e successivamente allo Zephir Skate Team, i cui componenti sono meglio noti come Z-Boys. Inizialmente lo skate costituiva per gli Z-Boys una semplice alternativa al surf che, con loro disappunto, si poteva praticare solamente alle prime ore del mattino (causa scarsa disponibilità delle onde); ma non passò molto che il loro (dapprima superficiale) interesse crescesse fino a divenire un nuovo (e altrettanto dinamico) modo per esprimere sé stessi. Aggressivi, emarginati, “alieni dello skateboard”, i ragazzi del team erano così: diversi. Cercavano di riprodurre i movimenti che avrebbero realizzato in acqua sulle onde d’asfalto facilmente reperibili in quell’area (cortili di scuole costruiti con pareti d’asfalto inclinate a rialzarli; piscine svuotate per la siccità). Ciascuno di loro aveva un suo stile; insieme cambiarono tutto.
Di questo gruppo di skaters facevano parte anche Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams (nel film interpretati rispettivamente da Victor Rasuk, John Robinson ed Emile Hirsh) a tutti gli effetti, i veri protagonisti della pellicola - basata tra l’altro su uno script dello stesso Peralta: Alva, primo ad aver ottenuto il titolo di world champion, considerato ad oggi uno dei più influenti skater di tutti i tempi; Peralta, il primo dei tre a capire come autopromuoversi e fondatore della compagnia Power Peralta, nella cui “Bones Brigade” figurano nomi di altri famosissimi come Tony Hawk e Rodney Mullen; Adams che ebbe problemi di droga e scontò un periodo di detenzione per questo, ma che è tutt’oggi riconosciuto come skater autentico nella sua passione, vera scintilla che fece detonare un fenomeno oggi globale.
Oltre ai celebri tre, a completare il gruppo di 12 Z-Boys c’erano Allen Sarlo, Chris Cahill, Nathan Pratt, Bob Biniak, Paul Constantineau, Jim Muir, Shogo Kubo, Wentzle Ruml … e Peggy Oki. Peggy era l’unico membro femminile del team; l’unica Z-Girl, insomma (indicata dalla freccia nella storica foto di gruppo, qui sotto).

Non conoscevo la storia dello Zephir Skate Team prima di vedere questo film, ma mentre lo guardavo non mi era del tutto sfuggita la fugace presenza di un’attrice (Stephanie Limb), nei panni, appunto, di Peggy Oki. Come ho detto, è però la triade Alva-Peralta-Adams ad farla da padrona, così non ho scoperto di questa gran donna che dopo essermi documentata (a film concluso) in rete, in seguito ad un irresistibile attacco di scrupolosità. Quello che segue è ciò che ho scoperto.

Surfista e skater professionista, ma anche artista e convinta ambientalista, Peggy Oki è una donna da stimare davvero. Non solo era l’unica ragazza a gareggiare per la Zephir decine d’anni fa, ma mostra di avere davvero un cuore d’oro con i suoi progetti a difesa e tutela degli animali in via d’estinzione.
Da sempre interessata alla causa delle balene, Peggy ha avviato nel 2004 un progetto (il “1400 Origami Whales”) tramite il quale intendeva richiamare l’attenzione su questa tematica sempre più scomoda e il più delle volte sottovalutata nella sua gravità, quale è la caccia alle balene.
L’idea di base per il progetto le venne da una vecchia credenza giapponese secondo cui la realizzazione di un migliaio di gru in carta (origami, appunto) permetterebbe di veder esaudito un proprio desiderio (come per esempio il guarire da una malattia) proprio da una gru, che in Giappone viene considerato animale sacro.
Invece che il consueto migliaio di origami, Peggy preferì realizzare 1400 piccoli origami a forma di balena (tante le balene che sarebbero state uccise nel 2004, tra Norvegia, Islanda e Giappone). Il totale fu poi di 2285 origami (ne vennero aggiunti 885, a rappresentazione dell’incremento incontrollabile di balene sterminate fino ad allora). Il progetto venne proposto al Santa Barbara Whale Festival, poi a WhaleWatch.org e WSPA.org (sito della Società Mondiale per la Protezione Animali) e vide la partecipazione di diversi volontari provenienti da tutta l’America. Quest’idea prese poi il largo tanto che nel 2007, attraverso un’ancor più vasta partecipazione pubblica, è stata realizzata una sorta di tenda composta di 30000 origami a forma di balena; una poderosa dichiarazione visiva e insieme commemorativa di tutti questi animali uccisi sin dal 1986 (anno in cui la Commissione Internazionale per la Caccia Alle Balene – la IWC – aveva istituito una moratoria alla pratica della caccia commerciale che poi molti paesi membri finirono con l’ignorare). Nel 2007, la tenda è stata esposta al PAC (Alaska Center for the Performing Arts), durante il 59simo incontro della IWC e, successivamente, all’ Alaska Oceans Festival. Alta 1,5 metri e larga più di 121, questa tenda è stata appesa in modo tale da ricreare un labirinto di corridoi, attraverso il quale i vari visitatori potevano smarrirsi, meravigliarsi e riflettere.


La tenda è stata esposta anche all’isola di Maui, per un paio d’anni, accolta ogni volta con grande piacere e commozione dalla popolazione locale. Nel filmato qui sopra, girato da un visitatore, potete avere un'idea di cosa sia questo progetto (in apertura del video è Peggy in persona a parlare). Migliaia di persone, bambini, ragazzi, adulti (volontari e provenienti da ogni parte del mondo) si sono affiancati a Peggy – e continuano a sostenerla – nella realizzazione di origami per questo progetto, al fine di richiamare l’attenzione sulla pratica barbara del whaling. I vari origami che vengono realizzati recano con sé, chi più chi meno, la firma di chi l’ha realizzato o un messaggio di sensibilizzazione sul tema. Ogni anno che passa, continuando imperterrita la caccia alle balene, 2000 nuovi origami si aggiungono agli altri già realizzati a simboleggiare il numero sempre crescente di animali uccisi.
Nel 2009 il progetto si è ampliato nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica anche nei confronti del Delfino (Hector’s and Maui’s dolphin) della Nuova Zelanda, pericolosamente in via d’estinzione.

Peggy Oki ha studiato biologia ambientale e ha conseguito un Bachelor of Arts in pittura. Il suo impegno nella lotta allo sterminio dei cetacei prosegue tuttora, accompagnato dalle sue storiche passioni quali l’arte (la natura tema ricorrente dei suoi dipinti) e quegli sport solitamente considerati “maschili” come il surf, lo skate e persino l’arrampicata su roccia. Ancora oggi è invitata ad alcuni eventi sportivi (ad esempio contest locali per giovani skaters) come ospite d'onore o per ricoprire i panni di giudice di gara. Vegana, programma i giorni in cui fare a meno della macchina e cerca di tenersi lontana dalla tv. Nel 2010 è stata eletta dal Santa Barbara Indipendent ‘local hero’. Donna tutta d’un pezzo dal sorriso estremamente rassicurante, Peggy Oki è anche insegnante di arte nel City College di Santa Barbara, illustratrice e grafica free-lance, proprietaria del marchio “Oki Design” che realizza biglietti d’auguri, e molto altro. Da noi non è molto famosa ed è un piacere poterle dare un po’ di visibilità. Per maggiori informazioni sui suoi progetti, visitate il sito www.peggy-oki.com (solo, armatevi di pazienza nel visitarlo ché non è esattamente user-friendly).
E se volete imparare a fare il suddetto origami:

giovedì 17 marzo 2011

Rosa politica...

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Sabato pomeriggio, ore 19.00, arranco a piedi verso casa. Ho solo un'ora per arrivare, farmi una doccia per darmi un aspetto umano ed uscire, perché, nonostante tutto, ho ancora un'età per cui è considerato socialmente disdicevole collassare sul divano alle nove durante il week end. Non volendo distruggere quella parvenza di vita sociale che mi rimane, lotto contro l'inerzia e cammino spedita verso casa. Vengo da un presidio in difesa della Costituzione e della scuola pubblica. L'ennesimo presidio. Pochi giorni fa ero a distribuire mimose in occasione del tanto deprecato otto marzo, cercando di far capire alle mie socie più giovani, che sculettavano sotto tre metri di cerone per le vie del centro, che non si trattava di una ricorrenza dedicata alla fruizione di spogliarelli maschili e cene con sbronza molesta fra amiche. Non so se sia servito, ma c'ero. I miei sabati sono costellati di banchetti per la raccolta delle firme, presidi contro gli abomini dell'amministrazione comunale, manifestazioni, mattinate trascorse alla scuola di politica. Ebbene sì, la scuola di politica, come negli anni Sessanta. Il venerdì sera non faccio tardi e creo turbamento nei miei amici quando alla domanda "Ma te ne vai già?" rispondo che sì, la mattina dopo mi devo alzare per un corso sulla gestione del bilancio. Io, laureata in lettere che se le danno il resto sbagliato al supermercato ringrazia e se ne va accorgendosene, se mai, a casa, perché fa di conto col pallottoliere. Ci si alza, con gli occhi pesti e il senso di morte imminente, e si va a scuola. Non che le serate infrasettimanali siano molto meglio: riunioni e incontri si affastellano come gli strati di una millefoglie. In tutto questo mi sono accorta di una cosa: sono un panda. Non in quanto giovane che fa politica, ma in quanto donna giovane o in quanto donna punto che fa politica. Mi riallaccio al sopracitato otto marzo. In tanti, fra i politici, si sono sperticati in tale occasione con lodi sulla figura della donna, con panegirici sul suo ruolo sociale e la necessità della valorizzazione femminile. Ebbene? Che cos'è stato fatto fin ora per valorizzare davvero le donne? Senza rappresentanza, si sa, qualsiasi categoria sociale può strillare e agitarsi, ma non otterrà mai un cambiamento. Perché l'Italia è un paese di vecchi e non viene mai varata una riforma, approvata una legge che migliori davvero la condizione dei giovani?
Perché non ci sono giovani seduti nei luoghi di potere in grado di portare avanti le loro battaglie "ad armi pari". Lo stesso può dirsi delle donne. Lasciamo perdere gli indecorosi esempi di soubrette (per essere gentili e politicamente corretti) attualmente assise fra le più alte cariche e prive di una qualsiasi competenza oltre che, spesso e volentieri, del dato umano necessario per occuparsi del bene comune, e pensiamo alla donna "impegnata", che con correttezza e competenza compie, non senza fatiche, il cursus honorum per arrivare a detenere un qualche potere. Che cosa ci troviamo di fronte?
Spesso donne mascolinizzate, non nel senso più vile del termine, ma per quanto riguarda l'approccio alla politica, alla vita di tutti giorni e, soprattutto, per l'atteggiamento con cui si pongono verso l'esterno. Aggressive e secche nel modo di affrontare un dibattito, attente a non far trapelare nulla che ricordi la loro femminilità, nessun dato particolare di sensibilità, nessun possibile appiglio per chi potrebbe accusarle di essere troppo "materne" in un mondo "da uomini". Spesso sono donne che rinunciano a una vita affettiva normale, cosa che non accade invece ai colleghi uomini, perché a loro non è richiesto di essere a casa per ora di cena o non risulta strano se, appena posata la forchetta, corrono fuori per l'ennesimo incontro. I rari esempi di politiche con una sistema di relazioni "normale" sono resi possibili dalla presenza di compagni illuminati e progressisti al loro fianco. Se ne trovano davvero pochi in giro, anche fra i più giovani. In tutto questo si predicano quote rosa a cui non viene dato seguito: sì, perché le quote rosa sono necessarie, diversamente, se a decidere le candidature e le cariche interne dei partiti sono i dirigenti, non ci sarà motivazione per cui questi ultimi decidano di dare il posto a una donna ( a meno che non si sia in presenza del sopracitato esempio di soggetto illuminato... raro, molto raro). Le donne fanno anche un pò paura. Nella mia esperienza ho sentito donne rivendicare il diritto a "riunioni brevi ed efficienti" che permettano di andare a casa ad orari consoni per la vita di chiunque: basta con gli incontri alle sette di sera o a quelli che finiscono a mezzanotte di un giorno lavorativo. Ho sentito donne chiedere di poter avere uno spazio dove lasciare a disegnare i figli mentre loro discutevano di politica. Ho sentito donne proporre nuovi metodi di approccio alla protesta, meno "istituzionali" e più creativi. Ecco perché le donne fanno paura: minano il millenario e consolidato schema maschile della politica. Io personalmente non credo che una donna faccia politica meglio o peggio di un uomo. Penso però che possa avere un approccio differente, così come diverse categorie sociali hanno approcci differenti ad una medesima tematica. Rinunciare a questo pluralismo sarebbe una follia. Forse è questa la risposta alla domande sul perché faccio politica: per un esigenza di rappresentanza e di cambiamento. Il resto è fuffa. Non penso che "le donne in parlamento" porterebbero la rivoluzione, ma abbiamo provato per centinaia di anni il governo dei pochi al maschile. E' andata come andata, poteva andare peggio... ma tentare un miglioramento non penso nuoccia a nessuno. O forse a qualcuno si?

domenica 13 marzo 2011

BitchFest. Una pseudorecensione.

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Le mie abitudini di consumo sono rimaste pressoché invariate nel corso degli ultimi dieci anni.
Un tempo ero solita suscitare l'ira di mia madre spendendo tutti i miei soldi in dischi e libri. Dopo aver riempito la mia camera di scaffali e aver fatto arrivare la sezione "narrativa americana e britannica" fino al soffitto, decisi che era giunta l'ora di sfondare le barricate e colonizzare anche il salotto e l'atrio.
Quando avevo quindici o sedici anni ricordo che mio padre cominciò a temere che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in me, dato che non mi truccavo e snobbavo con grande passione le gioie dell'abbigliamento truzzo. Ebbene sì, mi vestivo a caso, ma leggevo ed ascoltavo con molto criterio.

Da allora, come dicevo, le mie abitudini di consumo non sono variate granché, eccettuato il fatto che quasi tutti i libri e i dischi che compro vengono dalla magica terra di Internet.
Di recente ho sviluppato anche una nuova passione per le riviste irreperibili sul mercato italiano. Parte della colpa è di due libri, che acquistai su BookDepository dopo averne letto chissà dove e chissà quando.
Oggi vi parlo del secondo, perché ce l'ho qui sulla scrivania e perché, a differenza del primo, ha direttamente a che fare con una rivista viva e vegeta.

Il libro in questione si chiama BitchFest. Ten Years of Cultural Criticism from the Pages of Bitch Magazine (AA. VV., a cura di Lisa Jervis e Andi Zeisler). Come dice il titolo, si tratta di un'antologia di articoli apparsi sulle pagine della nota e notevole rivista americana Bitch, di cui qui si è già parlato brevemente.
Il bello di questo libro è che permette anche a noi lettrici/lettori italiane/i di assaporare un approccio critico alla pop culture che, a mio avviso, è a dir poco peculiare, se non altro agli occhi di una ventenne italiana. Reperire commenti ben scritti, ben argomentati e soprattutto non tediosi sul modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media non è esattamente una passeggiata.
Negli ultimi tempi si è parlato molto di questi temi, vista la triste situazione in cui riversa il nostro paese, ma ciononostante io continuo a sentire la mancanza di una testata che scavi ulteriormente, dando spazio non solo alle donne in generale, ma anche anche a categorie che saremmo portati a non leggere nemmeno nel nostro radar.
BitchFest mi ha condotta per mano lungo un percorso che si snoda lungo una serie di nodi tematici densi e significativi (alcuni esempi: Hitting Puberty, Feminily, Masculinity and Identity, The F Word, Love, Sex and Marketing, Beauty Myths and Body Projects, Activism and Pop Culture), punteggiati da articoli ironici, irriverenti e che sembrano fatti apposta per farti venire voglia di approndire questioni delle quali eri totalmente all'oscuro fino a ieri.
Dall'analisi sociolinguistica dell'espressione "You Guys" alla disamina di decenni di narrativa per young adults alla ricerca di protagoniste lesbiche che non facciano una brutta fine, passando per il fenomeno televisivo delle Mean Girls e molto altro ancora.
Il bello di BitchFest è la varietà delle voci che lo compongono, la sua natura composita e la conseguente molteplicità di temi e angolature che vi trovano spazio. Certo, la questione principe è quella del genere, nelle sue mille declinazioni possibili (tra autobiografismi, rappresentazioni mediatiche e l'imperitura questione del corpo), ma mai in un'ottica segregata dalle esperienze che viviamo quotidianamente. La classe sociale, l'appartenenza ad una minoranza etnica o religiosa, l'orientamento sessuale sono variabili che non vengono mai dimenticate. Questo fa di BitchFest una sorta di compendio di analisi femminista rivolto ad un pubblico molto vasto, ma pensato soprattutto per le ragazze appassionate di pop culture che necessitano dei giusti strumenti critici per individuarne ed analizzarne le insidie. Particolarmente pregevole è l'ultima sezione del libro, dedicata alle forme di attivismo che permettono a tutte noi di influenzare il modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media, dalla quale traspare un'idea lucida e pragmatica del rapporto che lega indissolubilmente femminismo e pop culture.
Caldamente consigliato a lettrici e lettori, sperando che un giorno BitchFest venga tradotto anche in italiano.

* l'illustrazione in apertura è tratta da hannahklee.com

mercoledì 9 marzo 2011

A FEMINIST ICON: Rosie the riveter

3 commenti
Che cosa s’intende per “icona”?
Dal greco eikón (immagine), il termine icona in origine era usato per designare le immagini a carattere religioso (nella fattispecie il Cristo e la Madonna) dipinte su tavola o metallo ed esposte al culto pubblico. Era quindi una parola usata esclusivamente in ambito artistico.
Con lo svilupparsi della cultura pop, il termine “icona” diviene attributo assegnabile a qualunque cosa (loghi, persone, immagini, gli stessi nomi propri) risulti particolarmente rappresentativa di un periodo storico, un luogo o una generazione e alla quale un vasto gruppo di persone riesca a ricondurre un forte valore culturale.
Icona è ciò che risulta immune allo scorrere del tempo; ciò che mantiene inalterata la propria efficacia espressiva e si incide permanentemente nella nostra memoria.


Con questo post prende il via una mia nuova rubrica dedicata ad icone che popolano con prepotenza a livelli variabili il mio immaginario e cui mi fa piacere dedicare un piccolo spazio di approfondimento. Voglia essere di vostro gradimento.
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Moltissime/i di voi avranno già visto quest'immagine prima d'ora. Manifesti, spille, tee shirts,
merchandise di vario tipo, quest’immagine ha ormai spopolato il nostro immaginario. Ma da dove è sbucata? Di
chi si tratta, veramente? Vedo qualche mano alzata, ben
e sì, qualcuno lo sa; qualcuno ne ha una vaga idea, altri si fingono svenuti per evitare di rispondere. Bene, sono qui appunto per chiarire qualche dubbio.


Ci si riferisce alla suddetta
immagine co
me a ROSIE THE RIVETER. Rosie, nome comune di donna, e Riveter nel senso di “imbullonatrice”, “colei che fissa coi chiodi” o, a voler essere
estremamente precisi, “rivettatrice” (applauso meritato, se sapete cos’è un rivetto).
L’America inizia a parlare per la prima volta di “Rosie the riveter” quando, nel 1942, l’omonima canzone di Redd Evans e John Jacob Loeb diventa tormentone nazionale. Questi i versi principali (potete ascoltarla qui intanto):

While other girls attend their fav’rite cocktail bar
slippin’ dry martinis munchin’ caviar
there’s a girl who’s really puttin’ them to shame
Rosie – is her name.
All the day long, whether rain or shine,
she’s a part of the assembly line,
she’s makin’ history,
workin’ for victory,
Rosie, the riveter.

La canzone esaltava l’operato dell’efficiente addetta alla catena di montaggio Rosie, rimproverando nel contempo la mancanza di patriottismo delle donne che, diversamente dalla protagonista, non contribuirono allo sforzo bellico del paese, preferendovi la frequentazione di cocktail bar (l’iperbole, la figura retorica preferita dagli uomini, nda).
Si era nel pieno del secondo conflitto mondiale e gli Stati Uniti vi avevano appena preso parte. Gli uomini, convocati in massa al fronte, dovettero lasciare vacanti i loro posti di lavoro. La produzione di materiale bellico rischiava di subire una brusca frenata, proprio ora che le richieste di munizioni e mezzi da parte dell’esercito erano alle stelle. Chi avrebbe potuto sostituire questi uomini se non le loro mogli o le altre giovani donne americane? Che questa fosse l’unica soluzione praticabile era ovvio sia alle varie aziende che al governo; si poneva d’altra parte il problema di sensibilizzare le donne, tradizionalmente dedite alla cura della casa e dei figli, a collaborare allo sforzo dell’intera nazione. Il governo indisse così una vasta campagna propagandistica atta a convincerle (e a convincere i loro mariti, restii a vederle ricoprire certi ruoli) che la loro presenza nella forza lavoro fosse essenziale in questo frangente. “Do the job he left behind” e “The more women at work, the sooner we will win” furono solo alcuni degli slogan scelti per l’occasione.
La risposta delle donne americane a questa campagna superò ogni aspettativa. Addirittura molte delle aziende che fino a quel momento avevano dato lavoro alle donne (e parliamo di occupazioni tradizionali all’interno, per esempio, di lavanderie) furono costrette a chiudere per mancanza di personale.
Molto numerosa fu anche la partecipazione di donne afroamericane: si dice che proprio il lavoro di squadra che vedeva coinvolte operaie bianche e operaie nere riuscì a stimolare un’accettazione positiva della diversità, contribuendo ad abbattere alcune delle barriere razziali allora esistenti.

Il medesimo anno in cui venne rilasciata la canzone di Evans e Loeb, l’artista e grafico americano J.Howard Miller realizzò il noto manifesto “WE CAN DO IT!” (:possiamo farcela) per la Westinghouse Company (compagnia che l’aveva assunto allo scopo specifico di realizzare posters a sostegno dello sforzo bellico). Miller realizzò quest’immagine prendendo spunto da una fotografia scattata qualche tempo prima ad una ragazza che lavorava in fabbrica. Si trattava di Geraldine Hoff (poi Geraldine Doyle), diciottenne addetta alla pressa metallica dell’American Broach & Machine Company di Ann Arbor – Michigan. Geraldine in realtà lavorò per pochissimo tempo in questa compagnia: essendo violoncellista e temendo di potersi seriamente danneggiare le mani svolgendo quel tipo di lavoro, lasciò la ABMC molto presto. Il caso volle che proprio nel periodo che trascorse in fabbrica le venisse scattata una foto (visibile qui sotto) da un addetto dell’United Press International; proprio la foto su cui Miller lavorò in seguito per realizzare il celeberrimo manifesto.

Il manifesto “We can do it!” non fu associato immediatamente al nome di “Rosie the riveter” e non fu nemmeno così popolare, all’epoca: creato per un progetto interno alla Westinghouse Company, fu esposto solamente per poche settimane. Dopodiché finì nel dimenticatoio. La stessa Geraldine non seppe di esserne stata la modella fino al 1984, quando una rivista americana pubblicò un articolo in cui le veniva accreditata la foto del poster. La sua riscoperta e la sua incoronazione ad icona del femminismo avvennero solamente nei decenni successivi, quando le attiviste presero ad invocare nel suo nome un più dignitoso trattamento sul posto di lavoro.

La prima vera volta in cui il nome Rosie venne associato ad una rappresentazione grafica della donna lavoratrice fu con il dipinto di Norman Rockwell, finito sulla copertina del Saturday Evening Post nel 1943. Rosie vi è ritratta mentre consuma il pranzo tenendo in grembo un attrezzo per fissare i bulloni e calpestando indifferente una copia del Mein Kampf hitleriano. La posa della donna è ispirata curiosamente ad Isaia il profeta ritratto nella Cappella Sistina. La modella di Rockwell fu Mary Doyle (poi Keefe), un’operatrice telefonica di Arlington – Vermont – all’epoca diciannovenne. Le venne chiesto di posare per impersonare Rosie e lei accettò. Ebbe modo di vedere il quadro ultimato solo successivamente, quando era già stato scelto come copertina del Saturday Evening Post: fu piuttosto sorpresa nel vedere come la sua esile corporatura fosse stata convertita in una silouhette decisamente più forzuta (tuttavia le scuse dell’artista non tardarono ad giungerle). Da questo momento in poi "Rosie" divenne il modo più comune per descrivere tutte le donne lavoratrici d'America che collaborono allo sforzo bellico (e viene tuttora usato per ricordarle).
La figura di “Rosie the riveter” ispirò un movimento sociale che fece registrare nel 1944 un aumento (rispetto al 1940) del 57% delle donne americane al lavoro. Sebbene le donne avessero in quel periodo guadagnato una certa visibilità e credibilità in quanto operaie (e non solo: i dati parlano di donne che davano il loro contributo all’economia americana ricoprendovi i ruoli più disparati), la paga che ricevevano per il lavoro svolto era comunque inferiore a quella percepita dai loro mariti: si parla di $31,50 alla settimana contro $54,65. Il lavoro era faticoso e sgradevole (psicologicamente difficile, se non altro perché ci si recava al lavoro sapendo che fuori impazzava una guerra, che gli uomini sarebbero potuti non tornare e che il lavoro doveva essere svolto in modo impeccabile); tuttavia molte donne vollero rimanere ai loro posti anche quando gli uomini fecero ritorno dal fronte. Furono però una minoranza: a guerra finita, gran parte delle Rosie tornò ad occuparsi della casa o di altre mansioni tradizionali, restituendo il posto di lavoro agli uomini che lo reclamavano. Ciononostante diversi storici hanno osservato come l’esperienza di Rosie sia servita a dare alle donne maggior fiducia in loro stesse, gettando le basi per ciò che, in seguito, si sarebbe sviluppato come un più compiuto movimento al femminile ed una più decisa partecipazione alla forza lavoro. Ciò che aveva legato tra loro le lavoratrici americane durante il periodo bellico era stata la nuova consapevolezza di essere in grado di fare i lavori tradizionalmente assegnati agli uomini, e per di più di saperlo fare bene.

Ho ritrovato in rete la testimonianza di una donna, Inez Sauer che durante la guerra lavorò per la Boeing come addetta agli attrezzi; mi sembra più che esaustiva di quanto si sta dicendo:

“Mia madre mi aveva avvisata del fatto che, una volta iniziato quel lavoro, non sarei più stata la stessa. Mi disse ‘ Non vorrai più tornare ad essere una casalinga’. A quel tempo non ci pensai; ma aveva ragione, cambiai davvero. Alla Boeing sperimentai una libertà e un’ indipendenza mai provate prima. Dopo la guerra non sarei più potuta tornare a giocare a bridge, ad essere una donna da club… non dopo aver visto che ci potevano essere dei lavori per i quali avrei potuto usare la testa. La guerra mi ha completamente cambiato la vita. Si potrebbe dire che crebbi solo allora, a trentun’anni.”

Qualche passo avanti era stato fatto, ma solo successivamente (negli anni Settanta, proseguendo negli Ottanta), la riscoperta della figura di Rosie divenne cruciale per le donne che intendevano lottare per vedere riconosciuti i propri diritti. Essa divenne infatti riferimento per le attiviste e venne riutilizzata persino all’interno della letteratura popolare. Nel 1981 è uscito un documentario dal titolo The life and times of Rosie the riveter curato da Connie Field, che ha avuto l’idea di girarlo dopo aver partecipato ad un meeting di storiche Rosie in California. Il film si basa sulla raccolta di interviste (circa 700) e ricerche: vi si racconta la vera storia di cinque donne americane che ebbero a lavorare in fabbrica durante la Seconda Guerra Mondiale, il tutto intervallato da musica dell’epoca, immagini e pubblicità di repertorio. Il film ha ricevuto diversi riconoscimenti e è stato doppiato doppiato in più lingue (non in italiano, purtroppo; ma i/le più abili con l'inglese non temano: si può facilmente rinvenire in rete).

Out of curiosity. Come molte altre icone note, anche la povera Rosie la rivettatrice ha finito per diventare oggetto delle più diaboliche campagne di marketing nonché di produzione di chincaglierie: esistono persino delle action-figures (sì, dei simil Big Jim) di Rosie, così come delle statuette dal testone semovente ispirate alla figura di Rosie-Geraldine, degli zoccoli con la sua effige sul davanti; persino quelle sfere-soprammobile (con la neve finta dentro) ne hanno tratto.

martedì 8 marzo 2011

Buona donna delle fest… ehm… buona festa delle donne!

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Mattina dell’8 marzo. Compro un noto quotidiano, prevedendo (come sempre) un luuungo viaggio in treno che mi porterà da Schio a Padova. Tra la guerra in Libia (beh dai, i barconi tra la Tunisia e Lampedusa sono peggio dei treni di Trenitalia) e la notizia che i laureati sono pagati sempre meno (evvaiii!!! Ora ho proprio voglia di laurearmi), l’occhio mi cade su una pubblicità della Renault alquanto strana.
Dopo qualche difficoltà nel ritrovarla pubblicata on-line, ve la ripropongo qui, ché magari mi date una mano a pensarci su.

Innanzitutto, mi ha ricordato che oggi è la festa della donna. Vabbè, poi l’avrei notato comunque vedendo i pakistani della stazione di Padova, prontamente convertitisi in distributori di mimose. Ma il punto è un altro (anche se sui pakistani che vendono fiori e oggetti sbrilluccicanti ci sarebbe da scrivere un libro, e forse lo farò. Ma forse anche no).
Qual è il messaggio? Cosa tu immagine pubblicitaria vuoi dire a me misera potenziale compratrice?
Lasciando stare la scarsa immediatezza dell’immagine (cos’è quella cosa sul tallone, uno schitto di piccione angolato in modo mirabile?), che rappresenta due “scarpe” (leggi: trampoli) di cui una graffiata e rovinata, non si capisce bene la dinamica che dovrebbe aver portato a questo risultato. Forse la frase potrebbe aiutarci un po’: “Ogni tanto, fatevi venire a prendere”.
Mmm ok.
Arrivata finalmente a Padova, chiedo aiuto a Coinquilino n°2 (in ordine di trasloco). Quasi subito – umiliandomi pesantemente – mi dà un’interpretazione convincente: una donna, che indossava suddette “scarpe”, ha guidato un’auto, ma, poverina, accelerando ha rovinato tutta la parte dietro della calzatura destra.
A parte il fatto che se MAI indossassi tali manufatti (o chinafatti) MAI mi verrebbe in mente di guidarci (mai sentito parlare di, dicesi, cosiddette, “scarpe di ricambio”?)
In che senso mi stai facendo gli auguri per la festa della donna?
Nel senso che, cara donna, va bene giocare a fare l’uomo, oggi però puoi rilassarti e in questo giorno speciale tutto per te potrai seguire la tua natura e rifugiarti a piagnucolare sulla mia forte spalla virile. Certo, poi sarebbe un peccato che mentre sei impegnata nella tua guida (molto stressante, donna al volante…) per andare a prendere i bimbi a scuola mentre torni dalla palestra ti si rovinino le scarpe… Insomma, non vorrai mica presentarti così sgualcita e smettere di essere appetibile al tuo uomo?!? Prenditi un po’ di tempo per te, fatti un po’ carina, su, che questa settimana non ti sei neanche fatta la ceretta alle braccia!
Ah quindi riduci l’indipendenza femminile alla fantasia maschile di avere in casa una (finta) dominatrix con il tacco 12?
Sì.
Ah quindi in realtà il target non è la donna che, come si sa, in casa non porta i pantaloni (al limite un paio di hotpants) ma l’uomo che tiene i cordoni della borsa?
Embè.
Dopo questo disturbante dialogo con la pagina di giornale, ho voluto smettere per un attimo con i viaggi mentali (devo finirla di parlare con gli oggetti inanimati!) e andare a cercare qual era il concept originale dell’inserzione pubblicitaria, per sapere se sono io acida e diffidente o…
«Renault invita tutte le donne ad abbandonare, almeno ogni tanto, il loro ruolo di donna indipendente e a lasciarsi coccolare dagli uomini, restituendogli l'antico ruolo di cavalieri» (link)
Ah. Bene ora scusate ma devo andare, scrivendo mi si è rotta un’unghia.

mercoledì 2 marzo 2011

I cosmetici per bambine marchiati Walmart (o: un'ode alle distruttrici di mondi)

1 commenti
Quando torni a casa dall'università con la testa che ti esplode e ad accoglierti a braccia aperte su Google Reader è un post nel quale si segnala che Walmart sta lanciando una linea di 69 prodotti cosmetici e anti-età per bambine dagli 8 ai 12 anni, credo sia lecito domandarsi: "Sono sveglia o sto forse dormendo?".
Sfortunatamente per noi esseri umani, questa notizia non è un semplice incubo destinato a dissolversi nel corso della giornata. La linea in questione si chiama Geo Girl e presto sarà disponibile negli store di Walmart, con tanto di packing "eco-friendly" e grande sfoggio di presunti "ingredienti naturali" (qui trovate informazioni che suggerirebbero il contrario).



Giustamente si sono già levate alcune voci contro quest'iniziativa che, oltre a suonare un tantino ridicola, contribuisce a rinsaldare un modello che certo non giova alle bambine stesse. Quest'ultime vengono precocentemente bollate come consumatrici, la cui responsabilità è quella di apparire gradevoli e di tardare il più a lungo possibile la comparsa del tanto temuto decadimento fisico (sì, perché evidentemente basta qualche segno sulla pelle per fare di te una "megera" le cui zampe di gallina sono un chiaro segno di mancanza di autostima e pulizia).
Di fronte a tali ridicolaggini cosmetiche, non ho potuto fare a meno di provare svariate forme di sconcerto, poiché una era decisamente troppo poco.
In primo luogo ho ripensato alle mie compagne di classe delle medie e delle superiori che, a forza di stuccarsi la faccia con tonnellate di cremine anti-acne piene di derivati del petrolio e fondotinta di dubbia provenienza, si trovano oggi con il viso rovinato, costrette in un circolo vizioso cosmetico. Fondotinta, ciprie e terre varie vanno a ricoprire pelli seccate e segnate da quegli stessi prodotti industriali, usati fin dalla comparsa dei primi brufoli, con la scusa di apparire presentabili, e finendo invece per soffocare la propria faccia, aggravando la situazione. La prospettiva di vedere bambine di otto anni che si sottopongono agli stessi trattamenti non è certo allettante.
Mi piacerebbe poter guardare a queste geniali trovate delle multinazionali della "cura del corpo" come a casi isolati e surreali, ma sfortunatamente esse si inseriscono senza sforzo alcuno all'interno di un modello di femminilità unico e univoco, che il comune cittadino può avere difficoltà a smentire, dato che esso è propagandato a destra e manca dai mass media. Le bambine sono caldamente invitate ad uniformarvisi, a dedicare particolare attenzione al loro aspetto fisico (cosa che invece non viene richiesta ai bambini) e a mettere a tacere la piccola "distruttrice di mondi" che vive in loro.
Dico "distruttrici di mondi", mescolando gli scritti di due dei miei sociologi preferiti (Erving Goffman e Harold Garfinkel), poiché è tipico dei bambini mettere in crisi il mondo di regole non scritte degli adulti, ad esempio con il gioco dei perché (e i suoi inevitabili loop fatti di risposte che non sappiamo dare) o scatenando l'imbarazzo diffuso dei più agé con uscite giudicate tanto spontanee quanto infelici.
Il fatto stesso che i prodotti Geo Girl siano stati concepiti conferma l'impressione che le bambine stiano venendo progressivamente private del loro diritto ad essere distruttrici di mondi, a non essere sempre e comunque "carine", "disponibili" e "aggrazziate". Certo, ci sono bambine (e bambini) che giocano a truccarsi con la massima serenità, ma non dobbiamo dimenticare che la strada per la moltiplicazione dei modelli di femminilità (nei quali possano identificarsi anche le persone che hanno interessi e desideri diversi) è ancora lunga.
 
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